Continuate a firmare e far firmare la nostra petizione per la presentazione al parlamento. Clicca sul rettangolo
Mercoledi',23 Marzo 2011: interrogazioni per l'assunzione degli educatori penitenziari
Mercoledi',23 Marzo 2011,
(rinvio del 16 Marzo 2011)
in commissione giustizia discussione delle interrogazioni orali per l'assunzione degli educatori penitenziari.
5-04298 Cassinelli: Sull’iter del concorso pubblico per educatore penitenziario
5-04314 Ferranti: Questioni relative all’assunzione dei vincitori del concorso per educatore penitenziario
Per leggere il testo delle interrogazioni vai su news giornaliere o etichetta interrogazioni parlamentari
(rinvio del 16 Marzo 2011)
in commissione giustizia discussione delle interrogazioni orali per l'assunzione degli educatori penitenziari.
5-04298 Cassinelli: Sull’iter del concorso pubblico per educatore penitenziario
5-04314 Ferranti: Questioni relative all’assunzione dei vincitori del concorso per educatore penitenziario
Per leggere il testo delle interrogazioni vai su news giornaliere o etichetta interrogazioni parlamentari
Carceri:necessario assumere educatori,assistenti e psicologi.
26 agosto 2010
Giustizia: Bernardini (Radicali); basta morti in carcere, varare in fretta misure deflattive
“Il tempo dell’illegalità e dell’inciviltà carceraria italiana è scandito ad un ritmo impressionante dalle morti, dai suicidi. Dico al Governo e ai miei colleghi parlamentari che così numerosi hanno partecipato all’iniziativa del Ferragosto in carcere, che occorre fare in fretta a varare, intanto, misure adeguate a decongestionare la sovrappopolazione carceraria”. Lo afferma Rita Bernardini, deputata Radicale, membro della Commissione Giustizia della Camera, dopo la morte di un detenuto a Sulmona. “Il disegno di legge Alfano - così come svuotato dalla Commissione Giustizia della Camera - non serve a spegnere l’incendio di disperazione e di morte che sta divampando - prosegue.Affidare infatti ai Tribunali di sorveglianza la valutazione della pericolosità sociale e l’idoneità del domicilio per consentire di scontare ai domiciliari pene residue sotto i 12 mesi, significa paralizzare tutto: la valutazione arriverà troppo tardi! Si dia ai direttori degli istituti penitenziari questo compito che saprebbero fare meglio e più in fretta dei magistrati di sorveglianza. Ridimensionata almeno un po’ la popolazione detenuta, occorre immediatamente riformare il sistema come previsto dalle mozioni approvate in gennaio dalle aule di Montecitorio e di Palazzo Madama a partire dallo stop all’uso indiscriminato della carcerazione preventiva e alla depenalizzazione dei reati minori, per arrivare alle misure e pene alternative che si rivelano molto più efficaci del carcere ai fini della rieducazione e del reinserimento sociale, all’adeguamento degli organici penitenziari (agenti, educatori, psicologi, assistenti sociali), alle possibilità di lavoro per i detenuti, agli istituti di custodia attenuata dove i tossicodipendenti possano curarsi”.
5 luglio 2010
Carceri: Favi, "Bene Tg2, condizioni indegne per detenuti e lavoratori"
Dichiarazione di Sandro Favi responsabile Carceri del Partito Democratico
L’inchiesta del Tg2 sulla drammatica situazione delle nostre carceri evidenzia ciò che il Partito Democratico denuncia da mesi, e cioè condizioni di vita per i detenuti e per i lavoratori penitenziari del tutto indegne. Quelle viste all’Ucciardone sono situazioni che in realtà riguardano la stragrande maggioranza delle carceri italiane. Le morti in carcere e gli atti di autolesionismo sono segnali inequivocabili: occorre attuare da subito politiche penitenziarie che decongestionino gli istituti. È assolutamente necessario investire sulle misure alternative alla detenzione e sull’aumento di agenti di polizia penitenziaria, di educatori, di assistenti sociali e psicologi.
Finora il ministro Alfano e il direttore delle carceri Ionta hanno saputo solo ipotizzare un piano carceri che avrà lunghissimi tempi di realizzazione e che non inciderà minimamente per un miglioramento della situazione nell’immediato.
Così non va.
Lettere: senza assunzione personale educativo il ddl Alfano è inutile
Comunicato stampa, 29 maggio 2010
Ai deputati di commissione bilancio
e giustizia camera
Al sottosegretario
On. Caliendo
Al sottosegretario
On. Giorgetti Alberti
Egregi Onorevoli,
dopo aver appreso la notizia sul parere negativo della Commissione Bilancio sugli artt. 2 quater e 2 sexies del Ddl Alfano questo Comitato ritiene necessario porre alla Vostra attenzione alcune osservazioni. L’eliminazione dell’articolo aggiuntivo Schirru 2.060 svuoterebbe di significato il Ddl Alfano riducendolo ad una imago sine re.
L’investimento in risorse umane è propedeutico alla concreta materializzazione della normativa contenuta nel provvedimento. Secondo quanto enunciato dall’art. 1 comma 3 del Ddl. il magistrato di sorveglianza decide sulla base della relazione inviatagli dall’istituto penitenziario.
Alla luce della normativa penitenziaria è l’educatore colui che osserva il comportamento del detenuto e provvede alla stesura della relazione di sintesi, cioè di quella relazione di cui si servirà il magistrato di sorveglianza per la decisione finale sulla misura alternativa.
Senza l’incremento di ulteriori unità di personale pedagogico la situazione del sovraffollamento carcerario non potrà mai essere risolta né tantomeno potrà trovare risoluzione la drammatica condizione in cui versano le carceri italiane.
Pochi educatori significa poche relazioni da inviare al magistrato di sorveglianza. Pochi educatori significa impossibilità di fare il trattamento. Pochi educatori significa stasi della concessione di misure alternative. L’eliminazione dell’articolo aggiuntivo Schirru creerebbe un vero e proprio effetto boomerang che provocherebbe la totale paralisi del Ddl Alfano.
La Commissione Giustizia dopo aver preso atto della grave situazione di disagio in cui versano le carceri italiani ha dato voce all’articolo 27 della Costituzione decidendo di investire su quello che già nel Settecento Beccaria definiva “il più sicuro mezzo di prevenire i delitti” ossia l’educazione.
L’approvazione dell’articolo aggiuntivo che esclude il Dap dalla riduzione della pianta organica e dal blocco delle assunzioni costituisce una vera e propria presa di coscienza dell’assunto secondo il quale non può esserci alcun miglioramento delle condizioni di detenzione senza l’investimento in risorse umane.
Si evidenzia inoltre che l’emendamento è già stato “riformulato” originariamente infatti prevedeva l’obbligo per il governo,dopo l’invio della relazione per l’adeguamento della pianta organica, di predisporre entro 2 mesi un piano straordinario di assunzioni.
La totale eliminazione di questo emendamento volto alla concreta applicazione della misura alternativa sulla quale questo Governo intende puntare per risolvere il dramma del pianeta carcere renderebbe inutile l’approvazione di un Ddl che non riuscirebbe mai ad essere attuato.
Ci sarebbe infatti una vera e propria antinomia tra norma e realtà. La realtà è che la situazione carceraria italiana è drammatica e preoccupante.
I continui suicidi in carcere sono da porre in relazione con le insopportabili condizioni di disagio in cui vivono i reclusi delle carceri italiane alla carenza di trattamento e attività rieducative e alla mancata assistenza psicologica dovuta alla cronica carenza di personale educativo
Ebbene, l’Italia, Paese democratico, è stata condannata dalla Cedu per trattamento degradante e disumano. A tale situazione va data una risposta concreta, soprattutto se si considera che il bilancio dello stato potrebbe essere aggravato dalle condanne della Cedu (Sic!).
Inoltre non si comprende come la crisi riguardi solo le risorse umane e non anche lo stanziamento dei fondi per l’edilizia penitenziaria ,infatti, una volta costruite nuove carceri queste rimarranno inutilizzate (Sic!) Un esempio è fornito dal carcere di Agrigento e dal carcere di Rieti, a Pinerolo inoltre, c’è un carcere vuoto da 10 anni ma è già stata individuata un’area per costruir un nuovo carcere (fonte Girodivite).
Per un provvedimento importante, come quello in esame, che punta sulla rieducazione e sul recupero del reo, occorre assumersi delle responsabilità serie, perché l’incremento del personale pedagogico rappresenta il sine qua non della correlazione legge - realtà.
Ancora una volta si evidenzia inoltre che il “decantato” vulnus di copertura finanziaria può essere sanato attingendo dai fondi della Cassa delle Ammende che secondo quanto disposto dall’art 129 III comma del Dpr 30 giugno 2000, n. 230, devono essere destinati ai programmi che tendono a favorire il reinserimento sociale dei detenuti e degli internati anche nella fase di esecuzione di misure alternative alla detenzione”e non all’edilizia penitenziaria (Sic!) . Qualora il Governo non intenda attingere i fondi necessari dalla cassa delle Ammende potrebbe ricavarli dai fondi del Fug, visto che il Presidente del Consiglio dei Ministri ha firmato il decreto che assegna per la prima volta le quote delle risorse sequestrate alla mafia e i proventi derivanti dai beni confiscati al Fondo Unico Giustizia (Fug), nella misura del 50 per cento al Ministero dell’Interno e del 50 per cento al Ministero della Giustizia. Attingendo i fondi o dalla cassa delle Ammende o dal Fug non vi sarebbe alcun onere aggiuntivo in quanto gli stessi sono già previsti in bilancio.
Per le ragioni suesposte riteniamo che l’emendamento presentato dall’On. Donatella Ferranti e Schirru sia una vera proposta “bipartisan” che deve, necessariamente,trovare accoglimento così come è stato approvato in Commissione Giustizia.
Riteniamo altresì che il governo, dopo aver provveduto all’adeguamento della pianta organica anche in relazione alla popolazione detenuta ( quasi 70mila detenuti) debba predisporre un piano straordinario di assunzioni di educatori penitenziari da attingersi dalla vigente graduatoria del concorso pubblico per esami a 397 posti nel profilo professionale di Educatore, Area C, posizione economica C1, indetto con Pdg 21 novembre 2003.
Una scelta in tal senso rappresenterebbe la chiave di volta per un chiaro e ben preciso impegno di responsabilità affinché la drammatica situazione che affligge il pianeta carcere possa finalmente essere risolta. Per tali ragioni auspichiamo che tutta la commissione bilancio della camera e il sottosegretario Alberto Giorgetti facciano una seria e proficua riflessione riconoscendo l’importanza ai fini dell’attuazione del Ddl in esame dell’emendamento Schirru 2.060.
Giustizia: Bernardini (Radicali); basta morti in carcere, varare in fretta misure deflattive
“Il tempo dell’illegalità e dell’inciviltà carceraria italiana è scandito ad un ritmo impressionante dalle morti, dai suicidi. Dico al Governo e ai miei colleghi parlamentari che così numerosi hanno partecipato all’iniziativa del Ferragosto in carcere, che occorre fare in fretta a varare, intanto, misure adeguate a decongestionare la sovrappopolazione carceraria”. Lo afferma Rita Bernardini, deputata Radicale, membro della Commissione Giustizia della Camera, dopo la morte di un detenuto a Sulmona. “Il disegno di legge Alfano - così come svuotato dalla Commissione Giustizia della Camera - non serve a spegnere l’incendio di disperazione e di morte che sta divampando - prosegue.Affidare infatti ai Tribunali di sorveglianza la valutazione della pericolosità sociale e l’idoneità del domicilio per consentire di scontare ai domiciliari pene residue sotto i 12 mesi, significa paralizzare tutto: la valutazione arriverà troppo tardi! Si dia ai direttori degli istituti penitenziari questo compito che saprebbero fare meglio e più in fretta dei magistrati di sorveglianza. Ridimensionata almeno un po’ la popolazione detenuta, occorre immediatamente riformare il sistema come previsto dalle mozioni approvate in gennaio dalle aule di Montecitorio e di Palazzo Madama a partire dallo stop all’uso indiscriminato della carcerazione preventiva e alla depenalizzazione dei reati minori, per arrivare alle misure e pene alternative che si rivelano molto più efficaci del carcere ai fini della rieducazione e del reinserimento sociale, all’adeguamento degli organici penitenziari (agenti, educatori, psicologi, assistenti sociali), alle possibilità di lavoro per i detenuti, agli istituti di custodia attenuata dove i tossicodipendenti possano curarsi”.
5 luglio 2010
Carceri: Favi, "Bene Tg2, condizioni indegne per detenuti e lavoratori"
Dichiarazione di Sandro Favi responsabile Carceri del Partito Democratico
L’inchiesta del Tg2 sulla drammatica situazione delle nostre carceri evidenzia ciò che il Partito Democratico denuncia da mesi, e cioè condizioni di vita per i detenuti e per i lavoratori penitenziari del tutto indegne. Quelle viste all’Ucciardone sono situazioni che in realtà riguardano la stragrande maggioranza delle carceri italiane. Le morti in carcere e gli atti di autolesionismo sono segnali inequivocabili: occorre attuare da subito politiche penitenziarie che decongestionino gli istituti. È assolutamente necessario investire sulle misure alternative alla detenzione e sull’aumento di agenti di polizia penitenziaria, di educatori, di assistenti sociali e psicologi.
Finora il ministro Alfano e il direttore delle carceri Ionta hanno saputo solo ipotizzare un piano carceri che avrà lunghissimi tempi di realizzazione e che non inciderà minimamente per un miglioramento della situazione nell’immediato.
Così non va.
Lettere: senza assunzione personale educativo il ddl Alfano è inutile
Comunicato stampa, 29 maggio 2010
Ai deputati di commissione bilancio
e giustizia camera
Al sottosegretario
On. Caliendo
Al sottosegretario
On. Giorgetti Alberti
Egregi Onorevoli,
dopo aver appreso la notizia sul parere negativo della Commissione Bilancio sugli artt. 2 quater e 2 sexies del Ddl Alfano questo Comitato ritiene necessario porre alla Vostra attenzione alcune osservazioni. L’eliminazione dell’articolo aggiuntivo Schirru 2.060 svuoterebbe di significato il Ddl Alfano riducendolo ad una imago sine re.
L’investimento in risorse umane è propedeutico alla concreta materializzazione della normativa contenuta nel provvedimento. Secondo quanto enunciato dall’art. 1 comma 3 del Ddl. il magistrato di sorveglianza decide sulla base della relazione inviatagli dall’istituto penitenziario.
Alla luce della normativa penitenziaria è l’educatore colui che osserva il comportamento del detenuto e provvede alla stesura della relazione di sintesi, cioè di quella relazione di cui si servirà il magistrato di sorveglianza per la decisione finale sulla misura alternativa.
Senza l’incremento di ulteriori unità di personale pedagogico la situazione del sovraffollamento carcerario non potrà mai essere risolta né tantomeno potrà trovare risoluzione la drammatica condizione in cui versano le carceri italiane.
Pochi educatori significa poche relazioni da inviare al magistrato di sorveglianza. Pochi educatori significa impossibilità di fare il trattamento. Pochi educatori significa stasi della concessione di misure alternative. L’eliminazione dell’articolo aggiuntivo Schirru creerebbe un vero e proprio effetto boomerang che provocherebbe la totale paralisi del Ddl Alfano.
La Commissione Giustizia dopo aver preso atto della grave situazione di disagio in cui versano le carceri italiani ha dato voce all’articolo 27 della Costituzione decidendo di investire su quello che già nel Settecento Beccaria definiva “il più sicuro mezzo di prevenire i delitti” ossia l’educazione.
L’approvazione dell’articolo aggiuntivo che esclude il Dap dalla riduzione della pianta organica e dal blocco delle assunzioni costituisce una vera e propria presa di coscienza dell’assunto secondo il quale non può esserci alcun miglioramento delle condizioni di detenzione senza l’investimento in risorse umane.
Si evidenzia inoltre che l’emendamento è già stato “riformulato” originariamente infatti prevedeva l’obbligo per il governo,dopo l’invio della relazione per l’adeguamento della pianta organica, di predisporre entro 2 mesi un piano straordinario di assunzioni.
La totale eliminazione di questo emendamento volto alla concreta applicazione della misura alternativa sulla quale questo Governo intende puntare per risolvere il dramma del pianeta carcere renderebbe inutile l’approvazione di un Ddl che non riuscirebbe mai ad essere attuato.
Ci sarebbe infatti una vera e propria antinomia tra norma e realtà. La realtà è che la situazione carceraria italiana è drammatica e preoccupante.
I continui suicidi in carcere sono da porre in relazione con le insopportabili condizioni di disagio in cui vivono i reclusi delle carceri italiane alla carenza di trattamento e attività rieducative e alla mancata assistenza psicologica dovuta alla cronica carenza di personale educativo
Ebbene, l’Italia, Paese democratico, è stata condannata dalla Cedu per trattamento degradante e disumano. A tale situazione va data una risposta concreta, soprattutto se si considera che il bilancio dello stato potrebbe essere aggravato dalle condanne della Cedu (Sic!).
Inoltre non si comprende come la crisi riguardi solo le risorse umane e non anche lo stanziamento dei fondi per l’edilizia penitenziaria ,infatti, una volta costruite nuove carceri queste rimarranno inutilizzate (Sic!) Un esempio è fornito dal carcere di Agrigento e dal carcere di Rieti, a Pinerolo inoltre, c’è un carcere vuoto da 10 anni ma è già stata individuata un’area per costruir un nuovo carcere (fonte Girodivite).
Per un provvedimento importante, come quello in esame, che punta sulla rieducazione e sul recupero del reo, occorre assumersi delle responsabilità serie, perché l’incremento del personale pedagogico rappresenta il sine qua non della correlazione legge - realtà.
Ancora una volta si evidenzia inoltre che il “decantato” vulnus di copertura finanziaria può essere sanato attingendo dai fondi della Cassa delle Ammende che secondo quanto disposto dall’art 129 III comma del Dpr 30 giugno 2000, n. 230, devono essere destinati ai programmi che tendono a favorire il reinserimento sociale dei detenuti e degli internati anche nella fase di esecuzione di misure alternative alla detenzione”e non all’edilizia penitenziaria (Sic!) . Qualora il Governo non intenda attingere i fondi necessari dalla cassa delle Ammende potrebbe ricavarli dai fondi del Fug, visto che il Presidente del Consiglio dei Ministri ha firmato il decreto che assegna per la prima volta le quote delle risorse sequestrate alla mafia e i proventi derivanti dai beni confiscati al Fondo Unico Giustizia (Fug), nella misura del 50 per cento al Ministero dell’Interno e del 50 per cento al Ministero della Giustizia. Attingendo i fondi o dalla cassa delle Ammende o dal Fug non vi sarebbe alcun onere aggiuntivo in quanto gli stessi sono già previsti in bilancio.
Per le ragioni suesposte riteniamo che l’emendamento presentato dall’On. Donatella Ferranti e Schirru sia una vera proposta “bipartisan” che deve, necessariamente,trovare accoglimento così come è stato approvato in Commissione Giustizia.
Riteniamo altresì che il governo, dopo aver provveduto all’adeguamento della pianta organica anche in relazione alla popolazione detenuta ( quasi 70mila detenuti) debba predisporre un piano straordinario di assunzioni di educatori penitenziari da attingersi dalla vigente graduatoria del concorso pubblico per esami a 397 posti nel profilo professionale di Educatore, Area C, posizione economica C1, indetto con Pdg 21 novembre 2003.
Una scelta in tal senso rappresenterebbe la chiave di volta per un chiaro e ben preciso impegno di responsabilità affinché la drammatica situazione che affligge il pianeta carcere possa finalmente essere risolta. Per tali ragioni auspichiamo che tutta la commissione bilancio della camera e il sottosegretario Alberto Giorgetti facciano una seria e proficua riflessione riconoscendo l’importanza ai fini dell’attuazione del Ddl in esame dell’emendamento Schirru 2.060.
FERRANTI SU DDL CARCERI,OTTENUTO ANCHE AMPLIAMENTO ORGANICO EDUCATORI PENITENZIARI.
Donatella Ferranti,PD:piano programmato di assunzioni del personale degli educatori.
Governo favorevole a emendamenti Pd per potenziamento personale penitenziario:piano programmato di assunzioni, per l`adeguamento degli organici del personale di Polizia penitenziaria, degli educatori, degli assistenti sociali e degli psicologi.
18 maggio 2010
La commissione Giustizia della Camera ha cominciato a votare gli emendamenti presentati al ddl carceri e il Governo ha dato parere favorevole alle proposte di modifica del Pd che prevedevano il potenziamento del personale civile e amministrativo penitenziario (psicologi, educatori, ecc) e l’adeguamento delle piante organiche di carabinieri e polizia in funzione del nuovo impegno che dovranno svolgere per vigilare sui detenuti che trascorreranno agli arresti domiciliari l’ultimo periodo della loro detenzione. Il capogruppo del Pd in commissione giustizia, Donatella Ferranti, ha espresso soddisfazione per questo parere favorevole del Governo augurandosi che alla fine l’emendamento venga approvato.
Pd: nostre proposte sono su linea indicata da Napolitano
“Il Pd è pronto” a rispondere al monito del presidente della Repubblica sulla necessità di risolvere il sovraffollamento delle carceri e “a fare la propria parte”. Per questo, annuncia Sandro Favi, responsabile Carceri dei democratici, “nei prossimi giorni il nostro partito presenterà proposte su questi temi, in un quadro di sistema e in continuità e sviluppo delle mozioni approvate dal Parlamento già nei primi mesi di quest`anno”.
“Proporremo - spiega Favi - che si proceda alla revisione del codice penale, che vengano riviste le norme che determinano l`alta incidenza di imputati in custodia cautelare in carcere e quelle sul trattamento penale dei tossicodipendenti, che siano ampliate le opportunità di accesso alle misure alternative alla detenzione. Chiederemo inoltre al Governo - prosegue - un piano programmato di assunzioni, per l`adeguamento degli organici del personale di Polizia penitenziaria, degli educatori, degli assistenti sociali e degli psicologi, nonché gli indispensabili stanziamenti ed investimenti per ripristinare la corretta funzionalità ed operatività dei servizi e delle strutture”.
“Il Partito Democratico - conclude l’esponente del Pd - rinnova la stima e la fiducia degli appartenenti al Corpo di polizia penitenziaria e l`apprezzamento verso i dirigenti dell`Amministrazione penitenziaria, verso le professionalità socio-educative, sanitarie, amministrative e tecniche che, in questa fase difficile, dimostrano il proprio impegno con alto senso di umanità e qualificate competenze”.
18 maggio 2010
La commissione Giustizia della Camera ha cominciato a votare gli emendamenti presentati al ddl carceri e il Governo ha dato parere favorevole alle proposte di modifica del Pd che prevedevano il potenziamento del personale civile e amministrativo penitenziario (psicologi, educatori, ecc) e l’adeguamento delle piante organiche di carabinieri e polizia in funzione del nuovo impegno che dovranno svolgere per vigilare sui detenuti che trascorreranno agli arresti domiciliari l’ultimo periodo della loro detenzione. Il capogruppo del Pd in commissione giustizia, Donatella Ferranti, ha espresso soddisfazione per questo parere favorevole del Governo augurandosi che alla fine l’emendamento venga approvato.
Pd: nostre proposte sono su linea indicata da Napolitano
“Il Pd è pronto” a rispondere al monito del presidente della Repubblica sulla necessità di risolvere il sovraffollamento delle carceri e “a fare la propria parte”. Per questo, annuncia Sandro Favi, responsabile Carceri dei democratici, “nei prossimi giorni il nostro partito presenterà proposte su questi temi, in un quadro di sistema e in continuità e sviluppo delle mozioni approvate dal Parlamento già nei primi mesi di quest`anno”.
“Proporremo - spiega Favi - che si proceda alla revisione del codice penale, che vengano riviste le norme che determinano l`alta incidenza di imputati in custodia cautelare in carcere e quelle sul trattamento penale dei tossicodipendenti, che siano ampliate le opportunità di accesso alle misure alternative alla detenzione. Chiederemo inoltre al Governo - prosegue - un piano programmato di assunzioni, per l`adeguamento degli organici del personale di Polizia penitenziaria, degli educatori, degli assistenti sociali e degli psicologi, nonché gli indispensabili stanziamenti ed investimenti per ripristinare la corretta funzionalità ed operatività dei servizi e delle strutture”.
“Il Partito Democratico - conclude l’esponente del Pd - rinnova la stima e la fiducia degli appartenenti al Corpo di polizia penitenziaria e l`apprezzamento verso i dirigenti dell`Amministrazione penitenziaria, verso le professionalità socio-educative, sanitarie, amministrative e tecniche che, in questa fase difficile, dimostrano il proprio impegno con alto senso di umanità e qualificate competenze”.
Ferranti: "Iter rapido? Vediamo atteggiamento maggioranza su nostre proposte"
Carceri: Pd, "Testo migliorato in commissione, ma serve uno sforzo in più" Ferranti: "Iter rapido? Vediamo atteggiamento maggioranza su nostre proposte"
“Lo stralcio della messa in prova consentirà di esaminare rapidamente il provvedimento sulla detenzione domiciliare”. Lo dichiara la capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti facendo notare come ‘la messa in prova non riguardava la popolazione carceraria e quindi non avrebbe avuto effetti sul grave stato di sovraffollamento delle carceri italiane. In ogni caso – sottolinea la democratica – il voto di oggi conferma il nostro giudizio negativo sul testo uscito dal consiglio dei ministri che era confuso ed inefficace anche perché privo di qualsiasi copertura finanziaria. Stiamo adesso valutando se aderire o meno alla richiesta di un voto in sede legislativa sul testo modificato nel corso dei lavori in commissione. La nostra disponibilità dipenderà anche dall’atteggiamento della maggioranza sulle nostre ulteriori proposte di modifica. In particolare: la tutela delle vittime di violenza domestica, il rafforzamento del personale di polizia (non solo quella penitenziaria) e del personale del comparto civile dell’amministrazione penitenziaria(educatori e psicologi)”.
Proposta emendativa 8.01.
Dopo l'articolo 8 inserire il seguente:
«Art. 8-bis. - 1. Entro centottanta giorni dall'entrata in vigore della presente legge, il Ministro della Giustizia, sentiti i Ministri dell'interno e della funzione pubblica, riferisce alle competenti Commissioni parlamentari in merito alle necessità di adeguamento numerico e professionale della pianta organica del Corpo di Polizia penitenziaria e del personale del comparto civile del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria anche in relazione all'entità numerica della popolazione carceraria e al numero dei posti esistenti e programmati.
2. A tal fine il Governo presenta al Parlamento entro i successivi novanta giorni un apposito piano straordinario di assunzioni di nuove unità specificandone i tempi di attuazione e le modalità di finanziamento.».
Ferranti Donatella, Schirru Amalia, Samperi Marilena, Amici Sesa
Proposta emendativa 8.03.
Dopo l'articolo 8 inserire il seguente:
«Art. 8-bis. - 1. Al comma 8-quinquies, della legge n. 26 del 2010, dopo le parole Il Corpo della Polizia penitenziaria, sono inserite le seguenti il personale del comparto civile del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria,».
Schirru Amalia, Ferranti Donatella, Samperi Marilena, Amici Sesa
28-04-10
Dopo l'ennesimo suicidio in carcere (23 dall'inizio dell'anno), nel penitenziario di Castrogno, a Teramo, il parlamentare dell'IdV, Augusto Di Stanislao, ribadisce la necessita' di interventi diretti ed immediati da parte del Governo. ''Non e' piu' ammissibile - afferma il deputato IdV - una tale situazione di completa incapacita' da parte del Governo di affrontare concretamente le problematiche delle carceri in Italia''. Di Stanislao ricorda che ''dopo varie visite presso il carcere di Castrogno e altrettante interrogazioni ad Alfano, dopo una mozione a mia prima firma approvata all'unanimita', con la quale anche la maggioranza si e' impegnata in una serie di iniziative atte a risollevare una drammatica realta' focalizzando l'attenzione sul sovraffollamento e sulla carenza di personale penitenziario e di educatori, dopo l'annuncio dell'emergenza carceri di Alfano e del fantomatico piano carceri, dopo continue denunce e sollecitazioni dei sindacati sulla necessita' di intervenire sulle strutture, sugli organici, siamo ancora di fronte ad una situazione insostenibile e all'emergenza soluzioni''. ''Ho presentato da tempo - conclude Di Stanislao - una proposta di legge per istituire una Commissione d'inchiesta parlamentare sulla situazione delle carceri in Italia che, ora piu' che mai, diventa fondamentale per dare risposte e soluzioni ai molteplici problemi e disagi dell'intero mondo penitenziario''.
Di Stanislao:il ministro tace sulle assunzioni degli educatori,riferisca in parlamento.
“E’ giusta l’assunzione di 2.000 agenti così come evidenziato da Sarno, Segretario generale Uil Pa Penitenziari, per garantire il turnover e quindi supplire la carenza del personale di polizia penitenziaria, ma vi è una colpevole dimenticanza da parte del Ministro quando tace sulla necessità di garantire la presenza degli educatori così come previsto nella Mozione IdV approvata all’unanimità dal Parlamento.” Queste le parole dell’On. Di Stanislao che prosegue: “Non vorremmo che questo impegno del Ministro si focalizzi esclusivamente sull’edilizia carceraria e altresì non vorremmo che dietro la parola magica “stato di emergenza” si celi il grimaldello per ridare vita ad una ” Carceri d’oro 2″ che in barba alla procedure di appalti e alla trasparenza abbiano buon gioco, piuttosto che la pubblica utilità e l’urgenza, i furbetti delle sponsorizzazioni. Si segnala al Ministro, nel frattempo, che in Italia vi sono 40 penitenziari incompiuti ed inutilizzati in un Paese che ne ha 171 in tutto e nel Piano Carceri presentato non c’è cenno di recupero di questo patrimonio. Chiedo che il Ministro venga, così come richiesto in Aula, a riferire in Parlamento sugli impegni presi in relazione ai tempi e modi e risorse da impiegare. Nel frattempo con due distinte interrogazioni chiedo al Ministro quale modello di recupero intenda mettere in campo visto che non si parla assolutamente di assumere gli educatori e cosa intenda fare per i 40 penitenziari incompiuti.”
“Lo stralcio della messa in prova consentirà di esaminare rapidamente il provvedimento sulla detenzione domiciliare”. Lo dichiara la capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti facendo notare come ‘la messa in prova non riguardava la popolazione carceraria e quindi non avrebbe avuto effetti sul grave stato di sovraffollamento delle carceri italiane. In ogni caso – sottolinea la democratica – il voto di oggi conferma il nostro giudizio negativo sul testo uscito dal consiglio dei ministri che era confuso ed inefficace anche perché privo di qualsiasi copertura finanziaria. Stiamo adesso valutando se aderire o meno alla richiesta di un voto in sede legislativa sul testo modificato nel corso dei lavori in commissione. La nostra disponibilità dipenderà anche dall’atteggiamento della maggioranza sulle nostre ulteriori proposte di modifica. In particolare: la tutela delle vittime di violenza domestica, il rafforzamento del personale di polizia (non solo quella penitenziaria) e del personale del comparto civile dell’amministrazione penitenziaria(educatori e psicologi)”.
Proposta emendativa 8.01.
Dopo l'articolo 8 inserire il seguente:
«Art. 8-bis. - 1. Entro centottanta giorni dall'entrata in vigore della presente legge, il Ministro della Giustizia, sentiti i Ministri dell'interno e della funzione pubblica, riferisce alle competenti Commissioni parlamentari in merito alle necessità di adeguamento numerico e professionale della pianta organica del Corpo di Polizia penitenziaria e del personale del comparto civile del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria anche in relazione all'entità numerica della popolazione carceraria e al numero dei posti esistenti e programmati.
2. A tal fine il Governo presenta al Parlamento entro i successivi novanta giorni un apposito piano straordinario di assunzioni di nuove unità specificandone i tempi di attuazione e le modalità di finanziamento.».
Ferranti Donatella, Schirru Amalia, Samperi Marilena, Amici Sesa
Proposta emendativa 8.03.
Dopo l'articolo 8 inserire il seguente:
«Art. 8-bis. - 1. Al comma 8-quinquies, della legge n. 26 del 2010, dopo le parole Il Corpo della Polizia penitenziaria, sono inserite le seguenti il personale del comparto civile del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria,».
Schirru Amalia, Ferranti Donatella, Samperi Marilena, Amici Sesa
28-04-10
Dopo l'ennesimo suicidio in carcere (23 dall'inizio dell'anno), nel penitenziario di Castrogno, a Teramo, il parlamentare dell'IdV, Augusto Di Stanislao, ribadisce la necessita' di interventi diretti ed immediati da parte del Governo. ''Non e' piu' ammissibile - afferma il deputato IdV - una tale situazione di completa incapacita' da parte del Governo di affrontare concretamente le problematiche delle carceri in Italia''. Di Stanislao ricorda che ''dopo varie visite presso il carcere di Castrogno e altrettante interrogazioni ad Alfano, dopo una mozione a mia prima firma approvata all'unanimita', con la quale anche la maggioranza si e' impegnata in una serie di iniziative atte a risollevare una drammatica realta' focalizzando l'attenzione sul sovraffollamento e sulla carenza di personale penitenziario e di educatori, dopo l'annuncio dell'emergenza carceri di Alfano e del fantomatico piano carceri, dopo continue denunce e sollecitazioni dei sindacati sulla necessita' di intervenire sulle strutture, sugli organici, siamo ancora di fronte ad una situazione insostenibile e all'emergenza soluzioni''. ''Ho presentato da tempo - conclude Di Stanislao - una proposta di legge per istituire una Commissione d'inchiesta parlamentare sulla situazione delle carceri in Italia che, ora piu' che mai, diventa fondamentale per dare risposte e soluzioni ai molteplici problemi e disagi dell'intero mondo penitenziario''.
Di Stanislao:il ministro tace sulle assunzioni degli educatori,riferisca in parlamento.
“E’ giusta l’assunzione di 2.000 agenti così come evidenziato da Sarno, Segretario generale Uil Pa Penitenziari, per garantire il turnover e quindi supplire la carenza del personale di polizia penitenziaria, ma vi è una colpevole dimenticanza da parte del Ministro quando tace sulla necessità di garantire la presenza degli educatori così come previsto nella Mozione IdV approvata all’unanimità dal Parlamento.” Queste le parole dell’On. Di Stanislao che prosegue: “Non vorremmo che questo impegno del Ministro si focalizzi esclusivamente sull’edilizia carceraria e altresì non vorremmo che dietro la parola magica “stato di emergenza” si celi il grimaldello per ridare vita ad una ” Carceri d’oro 2″ che in barba alla procedure di appalti e alla trasparenza abbiano buon gioco, piuttosto che la pubblica utilità e l’urgenza, i furbetti delle sponsorizzazioni. Si segnala al Ministro, nel frattempo, che in Italia vi sono 40 penitenziari incompiuti ed inutilizzati in un Paese che ne ha 171 in tutto e nel Piano Carceri presentato non c’è cenno di recupero di questo patrimonio. Chiedo che il Ministro venga, così come richiesto in Aula, a riferire in Parlamento sugli impegni presi in relazione ai tempi e modi e risorse da impiegare. Nel frattempo con due distinte interrogazioni chiedo al Ministro quale modello di recupero intenda mettere in campo visto che non si parla assolutamente di assumere gli educatori e cosa intenda fare per i 40 penitenziari incompiuti.”
16 Marzo 2010:interrogazione a risposta in Commissione su assunzione idonei educatori penitenziari
Convocazione della II Commissione (Giustizia)
Martedì 16 marzo 2010
Ore 13.45
5-02550 Ferranti: In relazione all’assunzione di educatori penitenziari
Interrogazione a risposta in Commissione:
FERRANTI, MELIS, TIDEI e SAMPERI.
- Al Ministro della giustizia.
- Per sapere
- premesso che:
il 17 febbraio 2010 il Sottosegretario per la giustizia Caliendo è intervenuto in Senato sul tema dell'assunzione degli educatori penitenziari reclutati tramite il concorso pubblico per esami a 397 posti nel profilo professionale di educatore, area C, posizione economica C1, indetto con PDG 21 novembre 2003;
nel corso della succitata seduta, il Sottosegretario Caliendo ha affermato che entro aprile 2010 saranno assunti in via definitiva tutti gli educatori che hannosuperato i precedenti concorsi, oltre ai 170 già assunti (anche se agli interroganti risulta che siano stati assunti 97 educatori);
in realtà, l'assunzione dei vincitori del suddetto concorso era già programmata con l'indizione dello stesso nel 2003, per il quale il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria già disponeva dei fondi necessari;
lo stesso Ministro interrogato, onorevole Alfano, aveva riconosciuto l'improcrastinabilità e l'urgenza di assumere più unità di educatori quando, il 12 gennaio 2010, furono approvate alla Camera le mozioni sui problemi del carcere presentate da vari gruppi parlamentari;a fronte di una popolazione carceraria di 67.000 unità, il rapporto educatore/detenuto è di circa 1 a 1.000, cosa che rende in pratica impossibile lo svolgimento di qualsivoglia progetto rieducativo impedendo il corretto reinserimento del detenuto nel tessuto sociale, così come previsto nel dettato costituzionale;
non avendo il Ministro interrogato ancora proceduto all'assunzione di ulteriori unità degli educatori, limitandosi a rimandare la questione ad un futuro confronto in merito con i Ministri Tremonti e Brunetta, sarebbe auspicabile ed urgente un rapido avvio della procedura di assunzione di educatori, almeno per completare la già esigua pianta organica, ulteriormente ridotta di circa 400 unità dal decreto legislativo n. 150 del 2009
se non ritenga opportuno procedere celermente all'assunzione di educatori attingendo dalla vigente graduatoria degli idonei risultante dal concorso pubblico a 397 posti di cui in premessa, al contempo prorogando la validità della stessa per almeno un quinquennio, al fine di permetterne lo scorrimento graduale per compensare il turn-over pensionistico, evitando l'indizione di nuovi concorsi che comporterebbe ulteriori oneri finanziari.
(5-02550)
Risposta all'interrogazione di Donatella Ferranti:dal 2011 assunzioni degli idonei educatori concorso,il comitato vigilera'.
Nel rispondere agli On. interroganti ritengo opportuno segnalare che il concorso pubblico per esami a 397 posti nel profilo di "Educatore", Area C, posizione economica C1, dell'Amministrazione Penitenziaria, è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 30 del 16.4.2004 - IV serie speciale e si è concluso in data 9 luglio 2008.La graduatoria definitiva, immediatamente dopo l'approvazione del Direttore Generale con provvedimento dell'11 luglio 2008, è stata trasmessa all'Ufficio centrale per il bilancio per l'apposizione del visto di controllo.Nell'anno 2009, in ragione dell'entità dei fondi stanziati ai sensi dell'articolo 1, comma 346, della Legge 24.12.2007 n. 244, è stato possibile procedere all'assunzione dei primi 103 vincitori del predetto concorso a 397 posti.Quanto alle restanti 294 unità, la competente Direzione Generale di questa amministrazione ha già programmato il relativo piano di assunzione ricorrendo, per la copertura degli originari 397 posti a concorso, allo scorrimento della graduatoria, ai sensi dell'art. 15, co. 7, DPR n. 487/99 e successive integrazioni e modificazioni.I nuovi educatori - alcuni dei quali individuati tra i candidati idonei, ma non vincitori del concorso, attese le 12 defezioni intervenute per rinunce, mancate stipule del contratto o dimissioni da parte degli aventi diritto - hanno infatti già scelto la sede di destinazione e, entro aprile del corrente anno, saranno formalmente assunti con firma del relativo contratto.Per quanto riguarda, invece, l'auspicata possibilità di procedere ad un ulteriore scorrimento della graduatoria oltre il numero dei posti originariamente messi a concorso, mi corre l'obbligo di segnalare che tale eventualità non rientra tra le ipotesi di cui all'art. 15, co. 7, del DPR n. 487/1994 e che pertanto, limitatamente all'anno in corso, non può essere attuata per mancato stanziamento dei fondi occorrenti.I fondi disponibili, infatti, sono stati impegnati sia per l'assunzione dei vincitori del suddetto concorso per educatori, sia per l'assunzione degli idonei al concorso a 110 posti di contabile, a copertura dei posti previsti dal relativo bando ed in ragione delle gravi carenze riscontrate anche nell'area contabile.Dato atto di quanto sopra e, premesso che la validità delle graduatorie è indicata in tre anni dalla data della pubblicazione nei Bollettini ufficiali, faccio presente che, nel caso di specie, la validità della graduatoria del concorso a 397 posti è fissata al 31 maggio 2012 e che, pertanto, a partire dal prossimo anno, in presenza delle risorse economiche necessarie, potranno esservi le condizioni per procedere ad uno scorrimento della graduatoria, anche oltre il numero dei posti pubblicati.
24 febbraio 2010:
ordine del giorno su non riduzione organico educatori di Roberto Rao
La Camera,
premesso che
il provvedimento in esame prevede, all'esito del processo di riorganizzazione di cui all'articolo 74, del decreto legge n. 112 del 2008, un'ulteriore riduzione degli assetti organizzativi delle amministrazioni pubbliche ai fini del contenimento della spesa pubblica;
il comma 8-quinquies dell'articolo 2 individua le amministrazioni che non sono interessate dalle riduzioni descritte, tra cui il Corpo di Polizia Penitenziaria;
nonostante le difficoltà operative, la scarsezza di mezzi e personale risulta, inopinatamente escluso da tale previsione il personale civile del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria,
impegna il Governo
a valutare l'opportunità di adottare ulteriori iniziative normative volte ad includere tra il personale delle amministrazioni non interessate dalla riorganizzazione delle piante organiche non solo quello di polizia penitenziaria ma anche quello civile del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, con particolare riferimento alle figure degli educatori, degli assistenti sociali e degli psicologi, anche in vista dell'avvio del Piano carceri che necessiterà di adeguate risorse umane e professionali. 9/3210/41. Rao, Ria.
Accolto come raccomandazione.
19 Febbraio 2010:
ordine del giorno su assunzione educatori di Donatella Ferranti e PD
La Camera,
premesso che:
l'articolo 17-ter stabilisce che, per l'attuazione del cosiddetto «Piano carceri» si conferiscono pieni poteri al Commissario straordinario che, per individuare la localizzazione delle aree destinate alla realizzazione di nuove infrastrutture carcerarie, d'intesa con il Presidente della regione territorialmente competente e sentiti i sindaci dei comuni interessati, potrà agire in deroga alla normativa urbanistica vigente, velocizzando procedure e semplificando le gare di appalto, utilizzando il modello adottato per il dopo terremoto a L'Aquila, derogando anche all'obbligo previsto dalla legge 7 agosto 1990, n. 241, volto a consentire agli interessati, proprietari delle aree che si intendono espropriare, la necessaria partecipazione al procedimento amministrativo;
la localizzazione costituisce di per sé variante e produce l'effetto di imporre il vincolo preordinato all'espropriazione e contro di essa non sarà possibile ricorrere al giudice amministrativo e si introduce anche una deroga al limite dei subappalti, che potranno aumentare dall'attuale 30 per cento fino al 50 per cento, in deroga all'articolo 118 del codice dei contratti pubblici; in sostanza, si affidano pieni poteri al Commissario straordinario, che potrà avvalersi anche del Dipartimento per la protezione civile per le attività di progettazione, scelta del contraente, direzioni lavori e vigilanza degli interventi strutturali ed infrastrutturali, in deroga ai criteri di trasparenza e pubblicità e in palese contraddizione con la mozione Franceschini ed altri n. 1-00302 (approvata sostanzialmente all'unanimità alla Camera il 12 gennaio di quest'anno e accettata dal Governo) che impegnava chiaramente il Governo a garantire, nell'ambito dei progetti della nuova edilizia penitenziaria, i criteri di trasparenza delle procedure e l'economicità delle opere evitando il ricorso a procedure straordinarie, anche se legislativamente previste,
impegna il Governo
a verificare l'adeguatezza, in proporzione alla popolazione carceraria, delle piante organiche riferite non solo al personale di polizia penitenziaria ma anche alle figure degli educatori, degli assistenti sociali e degli psicologi, avviando un nuovo piano programmato di assunzioni che vada oltre il turn-over dovuto ai pensionamenti previsto dalla legge finanziaria per il 2010 e che garantisca le risorse umane e professionali necessarie all'attivazione delle nuove strutture penitenziarie, anche distribuendo meglio il personale sul territorio, concentrandolo nei compiti di istituto, sottraendolo ai servizi estranei, consentendogli un adeguato, costante ed effettivo aggiornamento professionale.
9/3196/13.
Donatella Ferranti.
Il comitato vincitori idonei concorso educatori dap in sostegno di Rita Bernadini
Educatori penitenziari sostengono la protesta di Rita Bernardini e Irene TestaRistretti Comitato vincitori e idonei del concorso per educatori condivide e sostiene l’iniziativa non violenta intrapresa da Irene Testa e Rita Bernardini.Il Comitato vincitori e idonei del concorso per educatori condivide e sostiene l’iniziativa non violenta intrapresa da Irene Testa e Rita Bernardini, impegnate in uno sciopero della fame perrichiedere l’esecuzione immediata di quanto proposto nelle cinque Mozioni parlamentari,unanimemente approvate nei giorni 11 e 12 gennaio 2010, riguardanti la situazione del sistema carcerario italiano.Giova ricordare che in quella occasione lo stesso Ministro Alfano assumeva precisi impegni ed affermava che vi avrebbe dato celere e certa attuazione sancendo l’inizio di un nuovo percorso,iniziato con la dichiarazione di Emergenza di tutto il sistema penitenziario alla quale ci si aspettava sarebbe seguita la predisposizione nel Piano Carceri di tutti quegli atti necessari ad ottemperare a quanto detto nelle citate Mozioni per poter, nei tempi strettamente necessari, affrontareconcretamente e efficacemente l´ormai ingestibile situazione creatasi nei nostri istituti penitenziari.Tuttavia, da un’iniziale analisi condotta sui primissimi elementi costitutivi e organizzativi del Piano Carceri emerge solo una particolare attenzione all’aspetto strutturale e custodiale, non prevedendo,invece, alcun intervento per incrementare e favorire la fondamentale componente rieducativa, vero obiettivo dell’esperienza carceraria.Questo Comitato ed altri illustri interlocutori del mondo penitenziario, continuano, infatti, a chiedere a gran voce che vengano assunti più educatori, affinché l’ingresso nelle nostre carceri non si limiti ad un forzato ozio, ma divenga precipuo momento di riflessione e riprogettazione del sé.Ad oggi, però, in merito alla questione degli educatori, alcuna volontà specifica è stata espressa dal Ministro, nonostante, le nostre carceri continuino quotidianamente ad affollarsi a causa dei numerosi nuovi ingressi, ma anche per la spaventosa carenza di educatori che, secondo quanto stabilito dalle vigenti leggi, rappresentano i coordinatori e i realizzatori materiali dei percorsirieducativi, nonché quelle figure professionali atte a garantire, nei giusti modi e nei tempi,l’espletamento, dell’intero iter necessario all’accesso alle misure alternative alla detenzione di quei detenuti che ne avrebbero i requisiti, ma che continuano a restare in carcere a causa dello sparuto numero di educatori attualmente in servizio a fronte di una popolazione di 66.000 persone carcerate.Pertanto, ci uniamo all´Onorevole Bernardini e a Irene Testa per chiedere l´immediata esecuzione delle citate mozioni e auspichiamo che il Ministro Alfano ne predisponga repentinamente l’avvio.Il Comitato, altresì, ad ausilio dell’iniziativa intrapresa da Rita Bernardini e da Irene Testa,promuove una “catena di informazione solidale” impegnandosi a diffondere la conoscenza di tale protesta non violenta tramite l’invio di questo comunicato non solo a tutti gli organi di informazione, ma anche ai propri conoscenti invitandoli a fare altrettanto.Il Comitato vincitori e idonei concorso educatori.
Martedì 16 marzo 2010
Ore 13.45
5-02550 Ferranti: In relazione all’assunzione di educatori penitenziari
Interrogazione a risposta in Commissione:
FERRANTI, MELIS, TIDEI e SAMPERI.
- Al Ministro della giustizia.
- Per sapere
- premesso che:
il 17 febbraio 2010 il Sottosegretario per la giustizia Caliendo è intervenuto in Senato sul tema dell'assunzione degli educatori penitenziari reclutati tramite il concorso pubblico per esami a 397 posti nel profilo professionale di educatore, area C, posizione economica C1, indetto con PDG 21 novembre 2003;
nel corso della succitata seduta, il Sottosegretario Caliendo ha affermato che entro aprile 2010 saranno assunti in via definitiva tutti gli educatori che hannosuperato i precedenti concorsi, oltre ai 170 già assunti (anche se agli interroganti risulta che siano stati assunti 97 educatori);
in realtà, l'assunzione dei vincitori del suddetto concorso era già programmata con l'indizione dello stesso nel 2003, per il quale il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria già disponeva dei fondi necessari;
lo stesso Ministro interrogato, onorevole Alfano, aveva riconosciuto l'improcrastinabilità e l'urgenza di assumere più unità di educatori quando, il 12 gennaio 2010, furono approvate alla Camera le mozioni sui problemi del carcere presentate da vari gruppi parlamentari;a fronte di una popolazione carceraria di 67.000 unità, il rapporto educatore/detenuto è di circa 1 a 1.000, cosa che rende in pratica impossibile lo svolgimento di qualsivoglia progetto rieducativo impedendo il corretto reinserimento del detenuto nel tessuto sociale, così come previsto nel dettato costituzionale;
non avendo il Ministro interrogato ancora proceduto all'assunzione di ulteriori unità degli educatori, limitandosi a rimandare la questione ad un futuro confronto in merito con i Ministri Tremonti e Brunetta, sarebbe auspicabile ed urgente un rapido avvio della procedura di assunzione di educatori, almeno per completare la già esigua pianta organica, ulteriormente ridotta di circa 400 unità dal decreto legislativo n. 150 del 2009
se non ritenga opportuno procedere celermente all'assunzione di educatori attingendo dalla vigente graduatoria degli idonei risultante dal concorso pubblico a 397 posti di cui in premessa, al contempo prorogando la validità della stessa per almeno un quinquennio, al fine di permetterne lo scorrimento graduale per compensare il turn-over pensionistico, evitando l'indizione di nuovi concorsi che comporterebbe ulteriori oneri finanziari.
(5-02550)
Risposta all'interrogazione di Donatella Ferranti:dal 2011 assunzioni degli idonei educatori concorso,il comitato vigilera'.
Nel rispondere agli On. interroganti ritengo opportuno segnalare che il concorso pubblico per esami a 397 posti nel profilo di "Educatore", Area C, posizione economica C1, dell'Amministrazione Penitenziaria, è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 30 del 16.4.2004 - IV serie speciale e si è concluso in data 9 luglio 2008.La graduatoria definitiva, immediatamente dopo l'approvazione del Direttore Generale con provvedimento dell'11 luglio 2008, è stata trasmessa all'Ufficio centrale per il bilancio per l'apposizione del visto di controllo.Nell'anno 2009, in ragione dell'entità dei fondi stanziati ai sensi dell'articolo 1, comma 346, della Legge 24.12.2007 n. 244, è stato possibile procedere all'assunzione dei primi 103 vincitori del predetto concorso a 397 posti.Quanto alle restanti 294 unità, la competente Direzione Generale di questa amministrazione ha già programmato il relativo piano di assunzione ricorrendo, per la copertura degli originari 397 posti a concorso, allo scorrimento della graduatoria, ai sensi dell'art. 15, co. 7, DPR n. 487/99 e successive integrazioni e modificazioni.I nuovi educatori - alcuni dei quali individuati tra i candidati idonei, ma non vincitori del concorso, attese le 12 defezioni intervenute per rinunce, mancate stipule del contratto o dimissioni da parte degli aventi diritto - hanno infatti già scelto la sede di destinazione e, entro aprile del corrente anno, saranno formalmente assunti con firma del relativo contratto.Per quanto riguarda, invece, l'auspicata possibilità di procedere ad un ulteriore scorrimento della graduatoria oltre il numero dei posti originariamente messi a concorso, mi corre l'obbligo di segnalare che tale eventualità non rientra tra le ipotesi di cui all'art. 15, co. 7, del DPR n. 487/1994 e che pertanto, limitatamente all'anno in corso, non può essere attuata per mancato stanziamento dei fondi occorrenti.I fondi disponibili, infatti, sono stati impegnati sia per l'assunzione dei vincitori del suddetto concorso per educatori, sia per l'assunzione degli idonei al concorso a 110 posti di contabile, a copertura dei posti previsti dal relativo bando ed in ragione delle gravi carenze riscontrate anche nell'area contabile.Dato atto di quanto sopra e, premesso che la validità delle graduatorie è indicata in tre anni dalla data della pubblicazione nei Bollettini ufficiali, faccio presente che, nel caso di specie, la validità della graduatoria del concorso a 397 posti è fissata al 31 maggio 2012 e che, pertanto, a partire dal prossimo anno, in presenza delle risorse economiche necessarie, potranno esservi le condizioni per procedere ad uno scorrimento della graduatoria, anche oltre il numero dei posti pubblicati.
24 febbraio 2010:
ordine del giorno su non riduzione organico educatori di Roberto Rao
La Camera,
premesso che
il provvedimento in esame prevede, all'esito del processo di riorganizzazione di cui all'articolo 74, del decreto legge n. 112 del 2008, un'ulteriore riduzione degli assetti organizzativi delle amministrazioni pubbliche ai fini del contenimento della spesa pubblica;
il comma 8-quinquies dell'articolo 2 individua le amministrazioni che non sono interessate dalle riduzioni descritte, tra cui il Corpo di Polizia Penitenziaria;
nonostante le difficoltà operative, la scarsezza di mezzi e personale risulta, inopinatamente escluso da tale previsione il personale civile del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria,
impegna il Governo
a valutare l'opportunità di adottare ulteriori iniziative normative volte ad includere tra il personale delle amministrazioni non interessate dalla riorganizzazione delle piante organiche non solo quello di polizia penitenziaria ma anche quello civile del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, con particolare riferimento alle figure degli educatori, degli assistenti sociali e degli psicologi, anche in vista dell'avvio del Piano carceri che necessiterà di adeguate risorse umane e professionali. 9/3210/41. Rao, Ria.
Accolto come raccomandazione.
19 Febbraio 2010:
ordine del giorno su assunzione educatori di Donatella Ferranti e PD
La Camera,
premesso che:
l'articolo 17-ter stabilisce che, per l'attuazione del cosiddetto «Piano carceri» si conferiscono pieni poteri al Commissario straordinario che, per individuare la localizzazione delle aree destinate alla realizzazione di nuove infrastrutture carcerarie, d'intesa con il Presidente della regione territorialmente competente e sentiti i sindaci dei comuni interessati, potrà agire in deroga alla normativa urbanistica vigente, velocizzando procedure e semplificando le gare di appalto, utilizzando il modello adottato per il dopo terremoto a L'Aquila, derogando anche all'obbligo previsto dalla legge 7 agosto 1990, n. 241, volto a consentire agli interessati, proprietari delle aree che si intendono espropriare, la necessaria partecipazione al procedimento amministrativo;
la localizzazione costituisce di per sé variante e produce l'effetto di imporre il vincolo preordinato all'espropriazione e contro di essa non sarà possibile ricorrere al giudice amministrativo e si introduce anche una deroga al limite dei subappalti, che potranno aumentare dall'attuale 30 per cento fino al 50 per cento, in deroga all'articolo 118 del codice dei contratti pubblici; in sostanza, si affidano pieni poteri al Commissario straordinario, che potrà avvalersi anche del Dipartimento per la protezione civile per le attività di progettazione, scelta del contraente, direzioni lavori e vigilanza degli interventi strutturali ed infrastrutturali, in deroga ai criteri di trasparenza e pubblicità e in palese contraddizione con la mozione Franceschini ed altri n. 1-00302 (approvata sostanzialmente all'unanimità alla Camera il 12 gennaio di quest'anno e accettata dal Governo) che impegnava chiaramente il Governo a garantire, nell'ambito dei progetti della nuova edilizia penitenziaria, i criteri di trasparenza delle procedure e l'economicità delle opere evitando il ricorso a procedure straordinarie, anche se legislativamente previste,
impegna il Governo
a verificare l'adeguatezza, in proporzione alla popolazione carceraria, delle piante organiche riferite non solo al personale di polizia penitenziaria ma anche alle figure degli educatori, degli assistenti sociali e degli psicologi, avviando un nuovo piano programmato di assunzioni che vada oltre il turn-over dovuto ai pensionamenti previsto dalla legge finanziaria per il 2010 e che garantisca le risorse umane e professionali necessarie all'attivazione delle nuove strutture penitenziarie, anche distribuendo meglio il personale sul territorio, concentrandolo nei compiti di istituto, sottraendolo ai servizi estranei, consentendogli un adeguato, costante ed effettivo aggiornamento professionale.
9/3196/13.
Donatella Ferranti.
Il comitato vincitori idonei concorso educatori dap in sostegno di Rita Bernadini
Educatori penitenziari sostengono la protesta di Rita Bernardini e Irene TestaRistretti Comitato vincitori e idonei del concorso per educatori condivide e sostiene l’iniziativa non violenta intrapresa da Irene Testa e Rita Bernardini.Il Comitato vincitori e idonei del concorso per educatori condivide e sostiene l’iniziativa non violenta intrapresa da Irene Testa e Rita Bernardini, impegnate in uno sciopero della fame perrichiedere l’esecuzione immediata di quanto proposto nelle cinque Mozioni parlamentari,unanimemente approvate nei giorni 11 e 12 gennaio 2010, riguardanti la situazione del sistema carcerario italiano.Giova ricordare che in quella occasione lo stesso Ministro Alfano assumeva precisi impegni ed affermava che vi avrebbe dato celere e certa attuazione sancendo l’inizio di un nuovo percorso,iniziato con la dichiarazione di Emergenza di tutto il sistema penitenziario alla quale ci si aspettava sarebbe seguita la predisposizione nel Piano Carceri di tutti quegli atti necessari ad ottemperare a quanto detto nelle citate Mozioni per poter, nei tempi strettamente necessari, affrontareconcretamente e efficacemente l´ormai ingestibile situazione creatasi nei nostri istituti penitenziari.Tuttavia, da un’iniziale analisi condotta sui primissimi elementi costitutivi e organizzativi del Piano Carceri emerge solo una particolare attenzione all’aspetto strutturale e custodiale, non prevedendo,invece, alcun intervento per incrementare e favorire la fondamentale componente rieducativa, vero obiettivo dell’esperienza carceraria.Questo Comitato ed altri illustri interlocutori del mondo penitenziario, continuano, infatti, a chiedere a gran voce che vengano assunti più educatori, affinché l’ingresso nelle nostre carceri non si limiti ad un forzato ozio, ma divenga precipuo momento di riflessione e riprogettazione del sé.Ad oggi, però, in merito alla questione degli educatori, alcuna volontà specifica è stata espressa dal Ministro, nonostante, le nostre carceri continuino quotidianamente ad affollarsi a causa dei numerosi nuovi ingressi, ma anche per la spaventosa carenza di educatori che, secondo quanto stabilito dalle vigenti leggi, rappresentano i coordinatori e i realizzatori materiali dei percorsirieducativi, nonché quelle figure professionali atte a garantire, nei giusti modi e nei tempi,l’espletamento, dell’intero iter necessario all’accesso alle misure alternative alla detenzione di quei detenuti che ne avrebbero i requisiti, ma che continuano a restare in carcere a causa dello sparuto numero di educatori attualmente in servizio a fronte di una popolazione di 66.000 persone carcerate.Pertanto, ci uniamo all´Onorevole Bernardini e a Irene Testa per chiedere l´immediata esecuzione delle citate mozioni e auspichiamo che il Ministro Alfano ne predisponga repentinamente l’avvio.Il Comitato, altresì, ad ausilio dell’iniziativa intrapresa da Rita Bernardini e da Irene Testa,promuove una “catena di informazione solidale” impegnandosi a diffondere la conoscenza di tale protesta non violenta tramite l’invio di questo comunicato non solo a tutti gli organi di informazione, ma anche ai propri conoscenti invitandoli a fare altrettanto.Il Comitato vincitori e idonei concorso educatori.
Donatella Ferranti,PD:da Ionta, un primo segnale l'immediata assunzione dei tanti educatori.
CARCERI: PD, VOGLIAMO VEDERCI CHIARO. AUDIZIONE ALLA CAMERA DI IONTA
Roma, 13 gen
''Lo vogliamo esaminare puntigliosamente ed e' per questo che gia' domani chiederemo al presidente della commissione Giustizia, Giulia Bongiorno di attivarsi per prevedere al piu' presto l'audizione del capo del Dap, dott. Franco Ionta''. Cosi' la capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, commenta l'approvazione del piano carceri da parte del Cdm di oggi. ''I primi dati forniti dal ministro Alfano - sottolinea - non ci convincono fino in fondo: se infatti le carceri italiane possono ''tollerare' sino a circa 64.237 detenuti, da regolamento non potrebbero ospitarne piu' di 43.087. Il grado di sovraffollamento e' elevatissimo, siamo ampiamente fuori quota, e per arrivare ad 80.000 posti, i 21.749 annunciati oggi dal ministro Alfano sembrano insufficienti. E poi - prosegue - non basta costruire muri, occorre riempirli di personale numericamente e professionalmente adeguato: dalla polizia penitenzieria, agli psicologi, agli educatori e agli altri esperti. Di tutto questo ancora non c'e' traccia, ma aspettiamo di conoscere nel merito dal dott. Ionta le cifre esatte, certo - conclude - che un primo segnale potrebbe essere l'immediata assunzione dei tanti educatori e psicologi del concorso''.
Roma, 13 gen
''Lo vogliamo esaminare puntigliosamente ed e' per questo che gia' domani chiederemo al presidente della commissione Giustizia, Giulia Bongiorno di attivarsi per prevedere al piu' presto l'audizione del capo del Dap, dott. Franco Ionta''. Cosi' la capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, commenta l'approvazione del piano carceri da parte del Cdm di oggi. ''I primi dati forniti dal ministro Alfano - sottolinea - non ci convincono fino in fondo: se infatti le carceri italiane possono ''tollerare' sino a circa 64.237 detenuti, da regolamento non potrebbero ospitarne piu' di 43.087. Il grado di sovraffollamento e' elevatissimo, siamo ampiamente fuori quota, e per arrivare ad 80.000 posti, i 21.749 annunciati oggi dal ministro Alfano sembrano insufficienti. E poi - prosegue - non basta costruire muri, occorre riempirli di personale numericamente e professionalmente adeguato: dalla polizia penitenzieria, agli psicologi, agli educatori e agli altri esperti. Di tutto questo ancora non c'e' traccia, ma aspettiamo di conoscere nel merito dal dott. Ionta le cifre esatte, certo - conclude - che un primo segnale potrebbe essere l'immediata assunzione dei tanti educatori e psicologi del concorso''.
Assunzione degli educatori primo impegno del governo
Il Comitato vincitori e idonei del concorso per educatori penitenziari esprime piena soddisfazione per l’approvazione delle cinque mozioni sul problema carcerario discusse ed accolte nei giorni 11 e 12 gennaio 2010 dal nostro Parlamento. Per la prima volta il Governo, rappresentato dal Ministro Alfano, ha preso consapevolezza della grave emergenza del sovraffollamento degli istituti di pena e, fra le altre fondamentali proposte presentate, si è impegnato:- a procedere all’assunzione immediata dei restanti educatori penitenziari previsti dalla pianta organica, da attingersi dagli idonei della vigente e menzionata graduatoria risultata dal concorso bandito per tale profilo professionale, affinché anche costoro possano partecipare ai previsti corsi di formazione che il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria deve attivare per questi operatori prima dell’ingresso nelle carceri a cui sono destinati, onde evitare sprechi di danaro per doverli riattivare in seguito;- a prorogare di almeno un quinquennio la validità della graduatoria di merito del concorso citato in premessa, in linea con gli orientamenti del Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione nonché con le disposizioni in materia di razionalizzazione delle spese pubbliche in vigore - per permetterne un graduale scorrimento parimenti all’avvicendarsi dei fisiologici turn-over pensionistici, al fine di evitare l’indizione di nuovi concorsi per il medesimo profilo che comporterebbero inutili oneri pubblici;- ad assumere iniziative per lo stanziamento di fondi necessari per completare l’organico di educatori previsti dalla pianta organica attualmente vigente presso il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, considerato che lo sforzo economico da sostenere è annualmente molto esiguo, ma necessario per far funzionare meglio ed in modo più umano una branca importantissima del nostro sistema giustizia che non può più attendere;- a procedere all’alienazione di immobili ad uso penitenziario siti nei centri storici e alla costruzione di nuovi e moderni istituti penitenziari in altro sito;Esprimiamo, quindi, pieno compiacimento per l’importantissimo risultato raggiunto dall’On. Di Stanislao dell’Idv, il quale nella Sua circostanziata e approfondita mozione, ha dimostrato ancora una volta la Sua grande disponibilità e sensibilità verso tali problematiche, sapendo cogliere e far emergere sapientemente le necessità di questo delicato settore della nostra giustizia. Ringraziamo, inoltre, gli onorevoli Bernardini, Rao, Ferranti, Melis, Tidei, Vitali, Balzelli, Donadi, Paladini, Franceschini e tutti coloro che hanno appoggiato con voto favorevole le Loro mozioni, poiché di fronte a queste battaglie di umanità hanno saputo permeare il Loro impegno politico di quell’umanità e di quell’alto senso civico che rende capaci di abbandonare i colori politici e di volgere verso una proficua unità di intenti.Il Comitato vincitori e idonei del concorso per educatori penitenziari, intanto, continuerà a vigilare affinché tali doveri vengano rispettati e proseguirà nel suo lavoro di diffusione della necessità dell’intervento rieducativo e quindi sulla centralità della presenza degli educatori, ovvero di quella figura professionale che rappresenta il vero catalizzatore ed esecutore materiale del percorso rieducativo di un detenuto, percorso che rappresenta l’unica vera speranza di un sano reinserimento sociale di chi vive l’esperienza delle sbarre e che rappresenta uno dei più validi strumenti atti ad evitare quegli stati di inerzia, apatia, depressione, frustrazione, ansia, inadeguatezza che troppo spesso percorrono prepotentemente i corridoi lungo i quali si snodano le fila di quelle celle all’interno delle quali si consumano, quotidianamente, suicidi, abusi, violenze. Auspichiamo, quindi, che il Governo predisponga celermente tutti gli atti necessari ad ottemperare quanto detto e che questa stessa volontà continui ad animarne tutti i passaggi ad essi necessari, per poter, nei tempi strettamente necessari, cominciare ad affrontare concretamente e efficacemente l’ormai ingestibile emergenza creatasi.
Il Comitato vincitori e idonei del concorso per educatori penitenziari
Il Comitato vincitori e idonei del concorso per educatori penitenziari
Visualizzazione post con etichetta riflessioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta riflessioni. Mostra tutti i post
domenica 20 febbraio 2011
Le figure professionali che operano nel carcere:impossibilitate a svolgere anche le mansioni di routine.carcere,governo,detenuti,penitenziari,angelino alfano
Giustizia: gli edifici della tortura; ore d’aria dimezzate, spazi ridotti, mancanza di personale
Luigi Manconi
“Uno l’hanno preso ieri sera, giovane giovane,/ è figlio di buona donna./ Figlio di buona donna, pure ladro, /con un sorriso tutto denti di cane,/ si nascondeva dietro una serie di “Che ne so?”. Francesco De Gregori, L’Impiccato, 1978.
Quando Dritam Ademi, albanese detenuto nel carcere di Bollate, racconta che significato abbia il calcio nella sua vita reclusa, quanta ansia nella notte che precede la partita e quale gioia rappresenti per lui un gol, si avverte come una sensazione di sollievo. Per la prima volta la fatale dimensione claustrofobica, che domina qualunque immagine e qualunque parola sul sistema penitenziario, sembra dileguarsi. Sarà perché la ripresa televisiva avviene all’aperto; sarà perché il football è per sua natura gioco arioso e talvolta aereo; sarà perché, infine, le parole di Ademi risultano liberatorie: è proprio allora che sembra possibile evadere dalla prigione e da quella sua dimensione oppressiva, coercitiva e, appunto, claustro-fobica (“Le mie prigioni” di Riccardo Iacona, Presa Diretta, Rai3, 13 febbraio).
Quelle scene mostrano come, nonostante tutto, si possa parlare di carcere con una qualche leggerezza, capace di sospendere il clima pesante che il tema evoca, pressoché inevitabilmente. Se è vero com’è vero che la radice più profonda di quella rovina cui è ridotto il nostro sistema penitenziario consiste nella sua irreparabile separatezza dalla vita sociale, la fatica di parlarne è, insieme, causa ed effetto di quella incolmabile distanza. Ovvero, non conosciamo il carcere e non possiamo “salvarlo” perché non riusciamo a pensarlo e a farne materia di discorso privato e pubblico.
L’ha fatto, per una volta e in maniera eccellente, la puntata di Presa Diretta di domenica scorsa, proponendo un ragionamento che ha tenuto insieme dimensioni in apparenza assai diverse. Si parte da dati, noti agli addetti ai lavori, ma che restano sconosciuti all’opinione pubblica: come il numero abnorme dei detenuti presenti rispetto alla capienza “regolamentare” (quasi 70 mila contro i 44 mila posti disponibili); e, di conseguenza, il numero di detenuti costretti nella stessa cella, in uno spazio di meno di due metri quadrati a testa, contro i sette indicati dalle convenzioni internazionali. Ancora: il numero dei suicidi (66 solo nel 2010), con una frequenza che è di 17-18 volte superiore a quella dei suicidi nel complesso della società italiana. Un esempio significativo, tra i tanti possibili, è offerto dalle immagini girate nel carcere di Poggioreale: una struttura di 1300 posti nella quale si trovano a vivere oltre 2.600 persone.
Lo spazio destinato al passeggio è talmente angusto da imporre turni per l’accesso: il risultato è che, delle previste 4 ore all’aria, vengono concesse solo due. Ne consegue che i detenuti trascorrono 22 ore chiusi dentro una cella, affollata fino all’inverosimile. Questa condizione non rappresenta più uno stato di emergenza, se con un simile termine si intende un periodo breve ed eccezionale, ma è diventata in tutto e per tutto lo stato ordinario delle nostre prigioni. Le figure professionali che operano nel carcere (polizia penitenziaria, educatori, medici, psicologi...) si trovano tutte sotto organico, impossibilitate a svolgere anche le mansioni di routine.
Esemplare di una simile situazione è la storia di Graziano Iorio, suicidatosi poche settimane dopo l’arresto, nonostante il suo fragile stato psichico fosse noto a tutti, compresi i compagni di cella. Ma c’è un altro punto importante evidenziato dall’inchiesta di Iacona: il piano di edilizia penitenziaria, progettato dal ministro della Giustizia Angelino Alfano, appare totalmente inadeguato e - a tratti - fin ridicolo. Tanto più se si tiene conto che sul territorio italiano si trovano una quarantina di strutture carcerarie, completate e rimaste inutilizzate. È l’immagine più cruda del ruolo simbolico dell’istituzione penitenziaria.
Per un verso, la principale agenzia di stratificazione sociale e di produzione di diseguaglianze di classe; per altro verso, la manifestazione estrema della crisi della giustizia tutta e di quella patologia dell’apparato politico amministrativo che è il sistema della corruzione. In conclusione, il paesaggio disegnato da Presa Diretta appare disseminato di rovine: le vite distrutte e mortificate, gli ambienti degradati delle carceri non utilizzate come di quelle utilizzate, le mura senza spiragli e senza orizzonte. In quel deserto, un carcere, quello di Bollate, che sembra adempiere - caso unico? - alla funzione costituzionalmente prevista (“la rieducazione del condannato”). Secondo la direttrice Lucia Castellano, in realtà “si tratta solo di applicare il regolamento penitenziario”. Solo.
Luigi Manconi
“Uno l’hanno preso ieri sera, giovane giovane,/ è figlio di buona donna./ Figlio di buona donna, pure ladro, /con un sorriso tutto denti di cane,/ si nascondeva dietro una serie di “Che ne so?”. Francesco De Gregori, L’Impiccato, 1978.
Quando Dritam Ademi, albanese detenuto nel carcere di Bollate, racconta che significato abbia il calcio nella sua vita reclusa, quanta ansia nella notte che precede la partita e quale gioia rappresenti per lui un gol, si avverte come una sensazione di sollievo. Per la prima volta la fatale dimensione claustrofobica, che domina qualunque immagine e qualunque parola sul sistema penitenziario, sembra dileguarsi. Sarà perché la ripresa televisiva avviene all’aperto; sarà perché il football è per sua natura gioco arioso e talvolta aereo; sarà perché, infine, le parole di Ademi risultano liberatorie: è proprio allora che sembra possibile evadere dalla prigione e da quella sua dimensione oppressiva, coercitiva e, appunto, claustro-fobica (“Le mie prigioni” di Riccardo Iacona, Presa Diretta, Rai3, 13 febbraio).
Quelle scene mostrano come, nonostante tutto, si possa parlare di carcere con una qualche leggerezza, capace di sospendere il clima pesante che il tema evoca, pressoché inevitabilmente. Se è vero com’è vero che la radice più profonda di quella rovina cui è ridotto il nostro sistema penitenziario consiste nella sua irreparabile separatezza dalla vita sociale, la fatica di parlarne è, insieme, causa ed effetto di quella incolmabile distanza. Ovvero, non conosciamo il carcere e non possiamo “salvarlo” perché non riusciamo a pensarlo e a farne materia di discorso privato e pubblico.
L’ha fatto, per una volta e in maniera eccellente, la puntata di Presa Diretta di domenica scorsa, proponendo un ragionamento che ha tenuto insieme dimensioni in apparenza assai diverse. Si parte da dati, noti agli addetti ai lavori, ma che restano sconosciuti all’opinione pubblica: come il numero abnorme dei detenuti presenti rispetto alla capienza “regolamentare” (quasi 70 mila contro i 44 mila posti disponibili); e, di conseguenza, il numero di detenuti costretti nella stessa cella, in uno spazio di meno di due metri quadrati a testa, contro i sette indicati dalle convenzioni internazionali. Ancora: il numero dei suicidi (66 solo nel 2010), con una frequenza che è di 17-18 volte superiore a quella dei suicidi nel complesso della società italiana. Un esempio significativo, tra i tanti possibili, è offerto dalle immagini girate nel carcere di Poggioreale: una struttura di 1300 posti nella quale si trovano a vivere oltre 2.600 persone.
Lo spazio destinato al passeggio è talmente angusto da imporre turni per l’accesso: il risultato è che, delle previste 4 ore all’aria, vengono concesse solo due. Ne consegue che i detenuti trascorrono 22 ore chiusi dentro una cella, affollata fino all’inverosimile. Questa condizione non rappresenta più uno stato di emergenza, se con un simile termine si intende un periodo breve ed eccezionale, ma è diventata in tutto e per tutto lo stato ordinario delle nostre prigioni. Le figure professionali che operano nel carcere (polizia penitenziaria, educatori, medici, psicologi...) si trovano tutte sotto organico, impossibilitate a svolgere anche le mansioni di routine.
Esemplare di una simile situazione è la storia di Graziano Iorio, suicidatosi poche settimane dopo l’arresto, nonostante il suo fragile stato psichico fosse noto a tutti, compresi i compagni di cella. Ma c’è un altro punto importante evidenziato dall’inchiesta di Iacona: il piano di edilizia penitenziaria, progettato dal ministro della Giustizia Angelino Alfano, appare totalmente inadeguato e - a tratti - fin ridicolo. Tanto più se si tiene conto che sul territorio italiano si trovano una quarantina di strutture carcerarie, completate e rimaste inutilizzate. È l’immagine più cruda del ruolo simbolico dell’istituzione penitenziaria.
Per un verso, la principale agenzia di stratificazione sociale e di produzione di diseguaglianze di classe; per altro verso, la manifestazione estrema della crisi della giustizia tutta e di quella patologia dell’apparato politico amministrativo che è il sistema della corruzione. In conclusione, il paesaggio disegnato da Presa Diretta appare disseminato di rovine: le vite distrutte e mortificate, gli ambienti degradati delle carceri non utilizzate come di quelle utilizzate, le mura senza spiragli e senza orizzonte. In quel deserto, un carcere, quello di Bollate, che sembra adempiere - caso unico? - alla funzione costituzionalmente prevista (“la rieducazione del condannato”). Secondo la direttrice Lucia Castellano, in realtà “si tratta solo di applicare il regolamento penitenziario”. Solo.
Etichette:
riflessioni
venerdì 28 gennaio 2011
Antigone: 5 suicidi nel 2011,La carenza di educatori, operatori sociali e di psicologi non fa che peggiorare la situazione. Alfano e Ionta ci siete? carcere,governo,detenuti,giustizia,angelino alfano,penitenziari,diritti
Giustizia: la disperazione dei primi giorni; suicidi in carcere, una conta che non si ferma
Russo Spena
Il Riformista,
Si è suicidato nel penitenziario di Caltagirone. Salvatore Camelia, 39 anni, è l’ultimo di una lunga lista. Impiccagione, inalazione di gas, dissanguamento e avvelenamento sono i metodi usati.
Nel 2010 ben 66 detenuti si sono tolti la vita in carcere, mentre quest’anno sono già 5 i casi. Numeri impietosi che evidenziano la drammaticità dello stato in cui versano le nostre patrie galere. La violenza nei penitenziari, sempre nel 2010, ha trovato riscontro anche nei circa 5.500 atti di autolesionismo e nei 170 tentativi di suicidio.
Il 30 per cento delle morti volontarie, evidenzia uno studio del Dipartimento della Giustizia minorile, coinvolge reclusi di età inferiore ai 25 anni, i cosiddetti “giovani - adulti”. Come l’esempio di Antonio Montalto che a soli 22 anni ha deciso, l’altro ieri, di togliersi la vita nel carcere di Prato. Inoltre il 35 per cento dei suicidi avviene nella prima settimana di detenzione e il 25 in prossimità della fine della pena, mentre per il 28 per cento riguarda persone che devono scontare reclusioni brevi. Per l’associazione Antigone, che lavora da anni negli istituti penitenziari, “i suicidi accadono all’inizio perché nei primi giorni, soprattutto per chi è messo in isolamento, lo sconforto può essere devastante. E quando manca poco a uscire, perché si ha paura di non farcela a ricostruirsi una vita fuori”. Più in generale “i detenuti sono privi di speranza, una volta entrati sanno di essere abbandonati dalla società, questo è uno dei fattori che porta ad uccidersi”. La carenza di educatori, operatori sociali e di psicologi non fa che peggiore la situazione.
Ogni recluso, di media, vede uno specialista 10 minuti al mese. Secondo Paola Giannelli, presidentessa del Sipp (Società italiana psicologia penitenziaria), chi si toglie la vita non ha patologie psichiche bensì “lo fa con una piena consapevolezza spinto dalla mancanza di un futuro, per gli stranieri c’è anche la lontananza dai propri cari ad incidere”. E così l’unico intervento è la somministrazione di psicofarmaci alle persone in difficoltà. “C’è un chiaro abuso di farmaci - conclude Giannelli - per rimediare all’assenza di personale”.
In realtà, come dimostrano i numeri forniti dal Dap, il numero dei suicidi nelle carceri è in media, se non addirittura inferiore, ai dati europei: Francia e Nord Europa hanno numeri più impietosi. Intorno alle 100 morti nel 2010. Secondo Mauro Palma, presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, le cifre vanno analizzate. “Il tasso dei suicidi in galera da noi è 20 volte maggiore rispetto a quello della società - spiega. Negli altri paesi il tasso è di 8 volte. In Italia quindi c’è un moltiplicatore drammatico del fenomeno”.
Il sovraffollamento è sicuramente uno dei fattori che può portare a gesti estremi il detenuto: i reclusi sono arrivati ad essere quasi 70mila, di fronte a una capienza di posti letto di 44.874. Celle strapiene, condizioni igienico - sa - nitarie pessime e reinserimento socio - lavorativo quasi inesistente. Anche se, come dimostrano i dati forniti dall’associazione Ristretti Orizzonti, dei 66
suicidi compiuti nel 2010 “solo” 26 hanno riguardato persone che si trovavano in reparti e in celle detentive comuni, il 90 per cento circa della popolazione carceraria vive in queste sezioni. Con la possibilità quindi, almeno teorica, di attuare relazioni sociali, di lavorare e di studiare. Il 60% dei suicidi è avvenuto, non casualmente, nei reparti e nelle celle di coloro che hanno minori possibilità di trascorrere la pena costruttivamente: reclusi che sono in regime di isolamento, alta sicurezza e 41 bis. Insomma, soltanto il rispetto dell’articolo 27 della Costituzione abbasserebbe il numero delle morti in carcere.
Russo Spena
Il Riformista,
Si è suicidato nel penitenziario di Caltagirone. Salvatore Camelia, 39 anni, è l’ultimo di una lunga lista. Impiccagione, inalazione di gas, dissanguamento e avvelenamento sono i metodi usati.
Nel 2010 ben 66 detenuti si sono tolti la vita in carcere, mentre quest’anno sono già 5 i casi. Numeri impietosi che evidenziano la drammaticità dello stato in cui versano le nostre patrie galere. La violenza nei penitenziari, sempre nel 2010, ha trovato riscontro anche nei circa 5.500 atti di autolesionismo e nei 170 tentativi di suicidio.
Il 30 per cento delle morti volontarie, evidenzia uno studio del Dipartimento della Giustizia minorile, coinvolge reclusi di età inferiore ai 25 anni, i cosiddetti “giovani - adulti”. Come l’esempio di Antonio Montalto che a soli 22 anni ha deciso, l’altro ieri, di togliersi la vita nel carcere di Prato. Inoltre il 35 per cento dei suicidi avviene nella prima settimana di detenzione e il 25 in prossimità della fine della pena, mentre per il 28 per cento riguarda persone che devono scontare reclusioni brevi. Per l’associazione Antigone, che lavora da anni negli istituti penitenziari, “i suicidi accadono all’inizio perché nei primi giorni, soprattutto per chi è messo in isolamento, lo sconforto può essere devastante. E quando manca poco a uscire, perché si ha paura di non farcela a ricostruirsi una vita fuori”. Più in generale “i detenuti sono privi di speranza, una volta entrati sanno di essere abbandonati dalla società, questo è uno dei fattori che porta ad uccidersi”. La carenza di educatori, operatori sociali e di psicologi non fa che peggiore la situazione.
Ogni recluso, di media, vede uno specialista 10 minuti al mese. Secondo Paola Giannelli, presidentessa del Sipp (Società italiana psicologia penitenziaria), chi si toglie la vita non ha patologie psichiche bensì “lo fa con una piena consapevolezza spinto dalla mancanza di un futuro, per gli stranieri c’è anche la lontananza dai propri cari ad incidere”. E così l’unico intervento è la somministrazione di psicofarmaci alle persone in difficoltà. “C’è un chiaro abuso di farmaci - conclude Giannelli - per rimediare all’assenza di personale”.
In realtà, come dimostrano i numeri forniti dal Dap, il numero dei suicidi nelle carceri è in media, se non addirittura inferiore, ai dati europei: Francia e Nord Europa hanno numeri più impietosi. Intorno alle 100 morti nel 2010. Secondo Mauro Palma, presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, le cifre vanno analizzate. “Il tasso dei suicidi in galera da noi è 20 volte maggiore rispetto a quello della società - spiega. Negli altri paesi il tasso è di 8 volte. In Italia quindi c’è un moltiplicatore drammatico del fenomeno”.
Il sovraffollamento è sicuramente uno dei fattori che può portare a gesti estremi il detenuto: i reclusi sono arrivati ad essere quasi 70mila, di fronte a una capienza di posti letto di 44.874. Celle strapiene, condizioni igienico - sa - nitarie pessime e reinserimento socio - lavorativo quasi inesistente. Anche se, come dimostrano i dati forniti dall’associazione Ristretti Orizzonti, dei 66
suicidi compiuti nel 2010 “solo” 26 hanno riguardato persone che si trovavano in reparti e in celle detentive comuni, il 90 per cento circa della popolazione carceraria vive in queste sezioni. Con la possibilità quindi, almeno teorica, di attuare relazioni sociali, di lavorare e di studiare. Il 60% dei suicidi è avvenuto, non casualmente, nei reparti e nelle celle di coloro che hanno minori possibilità di trascorrere la pena costruttivamente: reclusi che sono in regime di isolamento, alta sicurezza e 41 bis. Insomma, soltanto il rispetto dell’articolo 27 della Costituzione abbasserebbe il numero delle morti in carcere.
Etichette:
riflessioni
venerdì 3 dicembre 2010
Carcere:mancano educatori e assistenzi sociali ma a quanto pare solo Alfano e Ionta non lo sanno!?! angelino alfano,giustizia,detenuti,diritti,governo
Censis: Carceri, oltre 150% tasso sovraffollamento detenuti
ven 3 dicembre 2010
(ANSA) - ROMA, 3 DIC - Il tasso di sovraffollamento delle carceri italiane supera il 150% e talvolta (e' il caso di Puglia, Calabria ed Emilia Romagna) anche il 170%. Andando avanti di questo passo, gli attuali circa 70 mila detenuti (68.795 al 31 ottobre) arriveranno a sfiorare quota 100 mila alla fine del 2012. E' quanto emerge dal Rapporto 2010 del Censis, in cui si rileva che 'ci sono voluti quattro anni dall'ultimo indulto per riportare gli istituti carcerari a vivere gli stessi problemi di allora'. La situazione e' grave non solo per il sovraffollamento: il 36,9% dei detenuti e' straniero, il 24,5% tossicodipendente, il 2,3% dipendente da alcol, l'1,8% infetto da Hiv. E ancora: in circa 30mila si trovano in carcere per aver violato la legge sulla droga e circa 4mila le norme sull'immigrazione, mentre il 44% del totale dei detenuti e' in attesa di giudizio. Sono invece 18.769 i condannati che dovendo scontare una pena, anche residua, inferiore a tre anni (e tra questi 11.601 hanno una pena inferiore ad un anno) avrebbero i requisiti per usufruire delle misure alternative al carcere. Il Censis ritiene inoltre il personale che lavora in carcere 'completamente insufficiente a gestire una situazione che diventa di giorno in giorno piu' complessa': gli agenti penitenziari sono 39.569, rispetto ai 45.121 previsti per legge, e risultano 'sottodimensionate' anche altre figure piu' esplicitamente votate al recupero dei detenuti come gli educatori e gli assistenti sociali.
ven 3 dicembre 2010
(ANSA) - ROMA, 3 DIC - Il tasso di sovraffollamento delle carceri italiane supera il 150% e talvolta (e' il caso di Puglia, Calabria ed Emilia Romagna) anche il 170%. Andando avanti di questo passo, gli attuali circa 70 mila detenuti (68.795 al 31 ottobre) arriveranno a sfiorare quota 100 mila alla fine del 2012. E' quanto emerge dal Rapporto 2010 del Censis, in cui si rileva che 'ci sono voluti quattro anni dall'ultimo indulto per riportare gli istituti carcerari a vivere gli stessi problemi di allora'. La situazione e' grave non solo per il sovraffollamento: il 36,9% dei detenuti e' straniero, il 24,5% tossicodipendente, il 2,3% dipendente da alcol, l'1,8% infetto da Hiv. E ancora: in circa 30mila si trovano in carcere per aver violato la legge sulla droga e circa 4mila le norme sull'immigrazione, mentre il 44% del totale dei detenuti e' in attesa di giudizio. Sono invece 18.769 i condannati che dovendo scontare una pena, anche residua, inferiore a tre anni (e tra questi 11.601 hanno una pena inferiore ad un anno) avrebbero i requisiti per usufruire delle misure alternative al carcere. Il Censis ritiene inoltre il personale che lavora in carcere 'completamente insufficiente a gestire una situazione che diventa di giorno in giorno piu' complessa': gli agenti penitenziari sono 39.569, rispetto ai 45.121 previsti per legge, e risultano 'sottodimensionate' anche altre figure piu' esplicitamente votate al recupero dei detenuti come gli educatori e gli assistenti sociali.
Etichette:
riflessioni
giovedì 30 settembre 2010
Per aprire nuove carceri e sezioni occorre nuovo personale :agenti,educatori,psicologi,assistenti sociali,contabili etc etc!!! carcere,governo,detenuti,angelino alfano,politici,dap
Ucciardone: l'On. Pino Apprendi è in "apprensione" per l'ottava sezione.
Leggo sul Giornale di Sicilia, un brevissimo trafiletto, dal quale si evince che il Vice Presidente della Commissione Attività Produttive dell’Assemblea Regionale Siciliana, On. Pino Apprendi chiede che “ dalle parole si passi ai fatti e si collaudi subito l’8ª sezione dell’Ucciardone” e ciò per alleggerire la pressione nelle altre sezioni; in pratica per sfollare un po’ di detenuti dalla 6ª, 7ª, 9ª e portarli all’8ª, in condizioni più vivibili.
Preciso che l’articolo occupa un’area di cm.4 x cm.5; questo è lo spazio che il glorioso Giornale dell’isola riserva alle visite dei parlamentari nel giorno di Ferragosto nell’inferno della carceri siciliane- addirittura l’articolo dedicato alla visita della Bernardini è ancora più piccolo! Questo è sintomatico di quanto all’opinione pubblica (e ad alcuni giornalisti) gliene freghi delle carceri e delle condizioni di vita dei detenuti... per non parlare poi delle condizioni di vita e lavorative degli agenti...
Ma, giustamente, l’Onorevole Apprendi, dopo aver visitato alcune strutture carcerarie dell’isola ha lanciato un grido di allarme – Aprite l’ottava sezione dell’Ucciardone – credendo (a torto) che ciò sia la panacea per i mali dell’Ucciardone credendo quindi che aprendo la sezione ottava, le altre sezioni d’incanto si alleggerirebbero.
Il grido d’allarme lanciato dal parlamentare si trasforma immediatamente in grido di dolore per la polizia penitenziaria: ma è possibile che non si faccia altro che parlare di aprire nuove carceri o nuove sezioni detentive senza calcolare che per fare funzionare le carceri occorrono agenti di polizia penitenziaria, ragionieri, educatori, infermieri, dottori ecc.? (dei direttori non c’è bisogno, perché le carceri vanno avanti da sole visto che in questo periodo ci sono direttore che dirigono 3 - 4 carceri... ...scusate la polemica ma è fortemente voluta).
L’Onorevole Apprendi forse non è a conoscenza che all’Ucciardone mancano 160 agenti dall’organico e che per far funzionare una struttura detentiva di tre piani occorrono alla meno peggio 34 agenti; nella ipotesi in cui, invece, vorremmo dare condizioni lavorative ottimali agli agenti di Polizia Penitenziaria occorrerebbero 42 agenti.
Questi sono calcoli tecnici dei quali saremmo ben lieti di fornire la consulenza, visto che la Regione Sicilia è famosa per la prodigalità con la quale assegna consulenze milionarie...
Oltretutto, poiché nessuno conosce le trame del DAP meglio di noi addetti ai lavori, aprendo la 8ª sezione non si alleggerirebbe l’Ucciardone, bensì il nostro Dipartimento farebbe un mega sfollamento dagli istituti del Nord, con il risultato di intasare anche l’ottava sezione senza alcun beneficio per il buon vecchio Ucciardone, ma anzi aggraverebbe di più la condizione di sovraffollamento e carico di lavoro degli agenti - dei quali, a questo punto, potremmo ipotizzare una sollevazione popolare.
Insomma, onorevole Apprendi, non stia in apprensione per l’Ucciardone; noi la ringraziamo per il suo interessamento per le condizioni di vita dei detenuti ma visto che, in caso di apertura dell’ottava sezione, verrebbero a mancare circa 190 agenti, inizi a mostrare buona volontà verso la polizia penitenziaria facendo rientrare nei ranghi i dieci – dodici uomini della scorta dell’assessore che sono uomini della Polizia Penitenziaria e che darebbero una boccata d’ossigeno agli agenti superstiti dell’Ucciardone, dei quali pare a nessuno importi nulla.
Leggo sul Giornale di Sicilia, un brevissimo trafiletto, dal quale si evince che il Vice Presidente della Commissione Attività Produttive dell’Assemblea Regionale Siciliana, On. Pino Apprendi chiede che “ dalle parole si passi ai fatti e si collaudi subito l’8ª sezione dell’Ucciardone” e ciò per alleggerire la pressione nelle altre sezioni; in pratica per sfollare un po’ di detenuti dalla 6ª, 7ª, 9ª e portarli all’8ª, in condizioni più vivibili.
Preciso che l’articolo occupa un’area di cm.4 x cm.5; questo è lo spazio che il glorioso Giornale dell’isola riserva alle visite dei parlamentari nel giorno di Ferragosto nell’inferno della carceri siciliane- addirittura l’articolo dedicato alla visita della Bernardini è ancora più piccolo! Questo è sintomatico di quanto all’opinione pubblica (e ad alcuni giornalisti) gliene freghi delle carceri e delle condizioni di vita dei detenuti... per non parlare poi delle condizioni di vita e lavorative degli agenti...
Ma, giustamente, l’Onorevole Apprendi, dopo aver visitato alcune strutture carcerarie dell’isola ha lanciato un grido di allarme – Aprite l’ottava sezione dell’Ucciardone – credendo (a torto) che ciò sia la panacea per i mali dell’Ucciardone credendo quindi che aprendo la sezione ottava, le altre sezioni d’incanto si alleggerirebbero.
Il grido d’allarme lanciato dal parlamentare si trasforma immediatamente in grido di dolore per la polizia penitenziaria: ma è possibile che non si faccia altro che parlare di aprire nuove carceri o nuove sezioni detentive senza calcolare che per fare funzionare le carceri occorrono agenti di polizia penitenziaria, ragionieri, educatori, infermieri, dottori ecc.? (dei direttori non c’è bisogno, perché le carceri vanno avanti da sole visto che in questo periodo ci sono direttore che dirigono 3 - 4 carceri... ...scusate la polemica ma è fortemente voluta).
L’Onorevole Apprendi forse non è a conoscenza che all’Ucciardone mancano 160 agenti dall’organico e che per far funzionare una struttura detentiva di tre piani occorrono alla meno peggio 34 agenti; nella ipotesi in cui, invece, vorremmo dare condizioni lavorative ottimali agli agenti di Polizia Penitenziaria occorrerebbero 42 agenti.
Questi sono calcoli tecnici dei quali saremmo ben lieti di fornire la consulenza, visto che la Regione Sicilia è famosa per la prodigalità con la quale assegna consulenze milionarie...
Oltretutto, poiché nessuno conosce le trame del DAP meglio di noi addetti ai lavori, aprendo la 8ª sezione non si alleggerirebbe l’Ucciardone, bensì il nostro Dipartimento farebbe un mega sfollamento dagli istituti del Nord, con il risultato di intasare anche l’ottava sezione senza alcun beneficio per il buon vecchio Ucciardone, ma anzi aggraverebbe di più la condizione di sovraffollamento e carico di lavoro degli agenti - dei quali, a questo punto, potremmo ipotizzare una sollevazione popolare.
Insomma, onorevole Apprendi, non stia in apprensione per l’Ucciardone; noi la ringraziamo per il suo interessamento per le condizioni di vita dei detenuti ma visto che, in caso di apertura dell’ottava sezione, verrebbero a mancare circa 190 agenti, inizi a mostrare buona volontà verso la polizia penitenziaria facendo rientrare nei ranghi i dieci – dodici uomini della scorta dell’assessore che sono uomini della Polizia Penitenziaria e che darebbero una boccata d’ossigeno agli agenti superstiti dell’Ucciardone, dei quali pare a nessuno importi nulla.
Etichette:
riflessioni
domenica 19 settembre 2010
Operatori del Prap della Toscana: 9000 agenti penitenziari anzicche' lavorare dentro le carceri sostituiscono gli operatori del comparto civ ile del Dap.Occorre assumere personale civile perche' 9000 agenti devono ritornare a lavorare dentro le carceri! giustizia,detenuti,angelino alfano,politici
Lettere: la carenza di personale nelle carceri e l’annunciata assunzione di 2.000 poliziotti
Siamo operatori dell’Amministrazione penitenziaria e vogliamo fare pubblicamente una proposta, che necessita di una breve premessa: a giudicare dalle dichiarazioni ufficiali, sembra che tutti ignorino che la carenza di personale dirigenziale e tecnico amministrativo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (dirigenti, educatori, assistenti sociali, contabili, formatori, tecnici vari e operatori amministrativi) è molto più alta rispetto alla carenza di personale di polizia penitenziaria, rispettivamente: -3.056 su 9.487 (-32,21%) e -3.029 su 41.268 (-7,3%) (dati Dap al 31 maggio 2010).
Possiamo comprendere che il cosiddetto allarme “sicurezza” induca il Ministro ed i vertici del Dipartimento a prestare maggiore attenzione ai numeri di quegli operatori che hanno il compito primario di garantire la sicurezza e l’ordine rispetto agli altri, il cui compito primario è invece rispettivamente quello di dirigere, coordinare, orientare risorse umane e gestire risorse materiali, di garantire sostegno, osservazione e trattamento per quasi il doppio dei detenuti previsti, di destinare oculatamente i pochissimi fondi assegnati, di garantire la manutenzione delle strutture fatiscenti, di fornire supporto amministrativo per tutti questi compiti, ecc.
In tempi di “emergenza”, del resto, non si può troppo sottilizzare, si dirà, né perdere tempo a ragionare sulla natura e la qualità degli interventi che lo Stato può mettere in campo per garantire la sicurezza dei cittadini. Ci adeguiamo. Non possiamo o non riusciamo a fare altro, fermo restando l’impegno costante e a volte vano di tentare di garantire almeno l’irrinunciabile.
Ci pare però opportuno evidenziare un dato, che a noi sembra significativo e che tutti gli addetti ai lavori conoscono, ma che non produce stranamente pensieri e proposte conseguenti: moltissime unità di polizia penitenziaria lavorano all’interno dei tanti uffici dell’amministrazione, sia nelle strutture periferiche, cioè gli Istituti penitenziari, sia soprattutto nei Provveditorati regionali e più ancora presso lo stesso Dipartimento a Roma, negli uffici del Ministero o in altre sedi le più varie, per un totale di circa 9.000 unità (da un articolo di Andrea Garibaldi sul Corriere della Sera del 24 agosto 2009).
Perché? Fra gli altri motivi, perché la carenza di personale amministrativo è tale, che si rende necessario distogliere gli agenti dalle sezioni detentive per permettere l’espletamento delle indispensabili pratiche amministrativo - burocratiche, ferma restando l’impossibilità di sostituire personale di certi ruoli con ruoli diversi.
Il numero reale è uno strano mistero sul quale non si riesce neanche dal di dentro a fare luce. Stima la Uil (sempre secondo quanto riportato dall’articolo summenzionato), che circa 2.500 unità di polizia penitenziaria sono impiegate negli istituti all’interno degli uffici, senza quindi contare quelle distaccate presso i Provveditorati o il Dipartimento o altre sedi.
Già soltanto questo numero è maggiore delle duemila assunzioni annunciate dal Ministro Alfano. La nostra proposta è molto semplice e praticabile: assumere duemila operatori amministrativi invece dei duemila poliziotti penitenziari.
I motivi sono molti: i poliziotti presenti negli uffici potrebbero finalmente tornare a svolgere i loro compiti istituzionali, supportando i loro colleghi che oggi affrontano un carico di lavoro molto pesante, come giustamente sottolineato quotidianamente dai sindacati, dalla stampa e dalla stessa Amministrazione; gli uffici amministrativi riceverebbero supporto per svolgere la pesantissima mole di pratiche necessarie all’andamento degli istituti, quel supporto oggi offerto dalle unità di polizia penitenziaria distolte dal servizio istituzionale; soprattutto lo Stato, e quindi i cittadini, ricaverebbero un risparmio enorme, che non siamo in grado di quantificare, ma il Ministro Tremonti saprebbe farlo, poiché - e questa ci sembra la ciliegina sulla torta - un poliziotto penitenziario - già all’inizio della sua carriera ed anche se lavora di fatto in compiti amministrativi - costa molto di più di un operatore del comparto ministeri e gode di benefici contrattuali dal punto di vista normativo oltre che economico che sono una chimera per gli operatori cosiddetti “civili” dell’amministrazione penitenziaria.
Oggi, se non è chiaro, lo Stato paga quotidianamente per le prestazioni amministrative cifre molto più alte di quelle che pagherebbe se le stesse mansioni fossero svolte dalle categorie di personale previsto dalla legge, lasciando scoperte le sezioni detentive ed erogando parallelamente centinaia di migliaia di euro di straordinario ai poliziotti che in sezione ci lavorano.
Insomma, converrebbe a tutti assumere personale civile nell’Amministrazione penitenziaria. La carenza di organico di polizia penitenziaria è - almeno in parte - “virtuale”, è cioè la conseguenza della carenza di personale amministrativo, oggi sostituito dai poliziotti. È l’uovo di Colombo. Eppure nessuno ci aveva pensato. Era nostro dovere di cittadini farlo presente. Personale “civile”. Che il Ministro Brunetta sappia che nell’amministrazione pubblica operano molte persone “civili”, non solo fra le forze dell’ordine.
Un gruppo di operatori del Prap della Toscana
Siamo operatori dell’Amministrazione penitenziaria e vogliamo fare pubblicamente una proposta, che necessita di una breve premessa: a giudicare dalle dichiarazioni ufficiali, sembra che tutti ignorino che la carenza di personale dirigenziale e tecnico amministrativo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (dirigenti, educatori, assistenti sociali, contabili, formatori, tecnici vari e operatori amministrativi) è molto più alta rispetto alla carenza di personale di polizia penitenziaria, rispettivamente: -3.056 su 9.487 (-32,21%) e -3.029 su 41.268 (-7,3%) (dati Dap al 31 maggio 2010).
Possiamo comprendere che il cosiddetto allarme “sicurezza” induca il Ministro ed i vertici del Dipartimento a prestare maggiore attenzione ai numeri di quegli operatori che hanno il compito primario di garantire la sicurezza e l’ordine rispetto agli altri, il cui compito primario è invece rispettivamente quello di dirigere, coordinare, orientare risorse umane e gestire risorse materiali, di garantire sostegno, osservazione e trattamento per quasi il doppio dei detenuti previsti, di destinare oculatamente i pochissimi fondi assegnati, di garantire la manutenzione delle strutture fatiscenti, di fornire supporto amministrativo per tutti questi compiti, ecc.
In tempi di “emergenza”, del resto, non si può troppo sottilizzare, si dirà, né perdere tempo a ragionare sulla natura e la qualità degli interventi che lo Stato può mettere in campo per garantire la sicurezza dei cittadini. Ci adeguiamo. Non possiamo o non riusciamo a fare altro, fermo restando l’impegno costante e a volte vano di tentare di garantire almeno l’irrinunciabile.
Ci pare però opportuno evidenziare un dato, che a noi sembra significativo e che tutti gli addetti ai lavori conoscono, ma che non produce stranamente pensieri e proposte conseguenti: moltissime unità di polizia penitenziaria lavorano all’interno dei tanti uffici dell’amministrazione, sia nelle strutture periferiche, cioè gli Istituti penitenziari, sia soprattutto nei Provveditorati regionali e più ancora presso lo stesso Dipartimento a Roma, negli uffici del Ministero o in altre sedi le più varie, per un totale di circa 9.000 unità (da un articolo di Andrea Garibaldi sul Corriere della Sera del 24 agosto 2009).
Perché? Fra gli altri motivi, perché la carenza di personale amministrativo è tale, che si rende necessario distogliere gli agenti dalle sezioni detentive per permettere l’espletamento delle indispensabili pratiche amministrativo - burocratiche, ferma restando l’impossibilità di sostituire personale di certi ruoli con ruoli diversi.
Il numero reale è uno strano mistero sul quale non si riesce neanche dal di dentro a fare luce. Stima la Uil (sempre secondo quanto riportato dall’articolo summenzionato), che circa 2.500 unità di polizia penitenziaria sono impiegate negli istituti all’interno degli uffici, senza quindi contare quelle distaccate presso i Provveditorati o il Dipartimento o altre sedi.
Già soltanto questo numero è maggiore delle duemila assunzioni annunciate dal Ministro Alfano. La nostra proposta è molto semplice e praticabile: assumere duemila operatori amministrativi invece dei duemila poliziotti penitenziari.
I motivi sono molti: i poliziotti presenti negli uffici potrebbero finalmente tornare a svolgere i loro compiti istituzionali, supportando i loro colleghi che oggi affrontano un carico di lavoro molto pesante, come giustamente sottolineato quotidianamente dai sindacati, dalla stampa e dalla stessa Amministrazione; gli uffici amministrativi riceverebbero supporto per svolgere la pesantissima mole di pratiche necessarie all’andamento degli istituti, quel supporto oggi offerto dalle unità di polizia penitenziaria distolte dal servizio istituzionale; soprattutto lo Stato, e quindi i cittadini, ricaverebbero un risparmio enorme, che non siamo in grado di quantificare, ma il Ministro Tremonti saprebbe farlo, poiché - e questa ci sembra la ciliegina sulla torta - un poliziotto penitenziario - già all’inizio della sua carriera ed anche se lavora di fatto in compiti amministrativi - costa molto di più di un operatore del comparto ministeri e gode di benefici contrattuali dal punto di vista normativo oltre che economico che sono una chimera per gli operatori cosiddetti “civili” dell’amministrazione penitenziaria.
Oggi, se non è chiaro, lo Stato paga quotidianamente per le prestazioni amministrative cifre molto più alte di quelle che pagherebbe se le stesse mansioni fossero svolte dalle categorie di personale previsto dalla legge, lasciando scoperte le sezioni detentive ed erogando parallelamente centinaia di migliaia di euro di straordinario ai poliziotti che in sezione ci lavorano.
Insomma, converrebbe a tutti assumere personale civile nell’Amministrazione penitenziaria. La carenza di organico di polizia penitenziaria è - almeno in parte - “virtuale”, è cioè la conseguenza della carenza di personale amministrativo, oggi sostituito dai poliziotti. È l’uovo di Colombo. Eppure nessuno ci aveva pensato. Era nostro dovere di cittadini farlo presente. Personale “civile”. Che il Ministro Brunetta sappia che nell’amministrazione pubblica operano molte persone “civili”, non solo fra le forze dell’ordine.
Un gruppo di operatori del Prap della Toscana
Etichette:
riflessioni
venerdì 30 luglio 2010
Il vero male dei suicidi dei detenuti è la mancanza di personale penitenziario e di educatori,senza i quali nessuna concessione delle alternative al carcere. detenuti,governo,angelino alfano,giustizia,politici
Le nostre prigioni
di Damiano Praticò
- “Di respirare la stessa aria dei secondini non mi va, perciò ho deciso di rinunciare alla mia ora di libertà”. Fabrizio De Andrè cantava questi versi in una delle sue più belle canzoni. I detenuti italiani darebbero il loro stesso cibo (miserrimo) per qualche ora in più di aria, piuttosto che sopravvivere in celle di otto metri insieme ad altre tre persone per circa ventuno ore al giorno. Quindi, “scaglierebbero” qualsiasi oggetto disponibile contro il detenuto De Andrè, un pazzo agorafobico.
E’ notizia odierna il suicidio di un altro detenuto nelle nostre carceri. Sono passati due giorni dal precedente; il trentottesimo e il trentanovesimo dall’inizio dell’anno, quest’ultimo impiccatosi nel carcere di Siracusa dopo vari tentativi fallimentari. Da un’inchiesta di qualche mese fa del settimanale “L’Espresso”, emerge una situazione notevolmente allarmante all’interno delle “nostre” prigioni (come stava Silvio Pellico?), spesso ignorata dai quotidiani nazionali orientati su questioni finanziarie, dispute internazionali, cronaca di omicidi, stupri, assassinii, che oscurano temi concreti e rilevanti come questo. I detenuti nelle carceri italiane sono attualmente circa 68 mila, il 30% stranieri. La capienza regolamentare degli istituti penitenziari è di 44 mila unità; la capienza massima raggiunge i 67 mila detenuti. Da questi dati è chiaro che la causa principale del disagio risiede nel sovraffollamento. La Calabria ha un esubero del 65% rispetto alla capienza massima, peggio stanno solamente Puglia, Emilia Romagna e Veneto. Tutto ciò comporta che in spazi riservati ad un individuo, sopravvivano tre o quattro persone in condizioni igieniche ed ambientali disumane. Di conseguenza, l’aumento dei tentativi di suicidio è inevitabile. Ma credere che la carenza di strutture sia la causa primaria del problema, è parzialmente errato. Certo, le strutture potrebbero offrire servizi migliori in condizioni normali, tuttavia è il sistema penitenziario in sé che non regge. E traballa per colpa di leggi, come la Bossi-Fini, che rendono possibile l’invio in carcere di fiumane di persone solamente “imputate” di reato. Infatti, metà dei detenuti, tuttora, è in attesa di giudizio (circa 30 mila). Si tratta perlopiù, soprattutto al Nord, di clandestini pescati senza permesso di soggiorno, sbattuti in cella e poi subito rilasciati, ma che intanto ingorgano un sistema già al collasso a causa di pesanti deficit nel personale. Agli immigrati si affiancano i piccoli “pesci” di strada, spacciatori o semplici ricercatori di dosi di droga i quali soggiornano periodicamente nelle carceri contribuendo all’ingolfamento. Il vero male è la mancanza di personale penitenziario: a fronte dei 41 mila poliziotti che servirebbero nelle nostre galere, oggi ne sono presenti solamente 35 mila, per non parlare delle mancanze nel personale amministrativo o di educatori. Nei primi mesi dell’anno, il ministro della Giustizia Alfano ha presentato un piano per la costruzione di nuovi istituti penitenziari per i prossimi anni al fine di disporre di spazi sufficienti per circa altri 20 mila detenuti. Ma il vero problema non sono le prigioni che mancano, sono i carcerati che sono troppi. E tale piano di costruzione non sarebbe altro che un colossale business. Intanto la situazione rischia di innescare pericolose rivolte in contesti in cui la parola “cella” diventa sinonimo di “forno crematorio” a cause delle alte temperature estive e degli spazi angusti. Condizioni denunciate come “tortura di Stato” da parte di Adriano Sofri, il quale non ha mancato di denunciare questa terribile piaga. Le prigioni si agitano, i poliziotti sono pochi, qualcuno (molti) si toglie la vita. E pensare che Faber voleva stare in cella…
di Damiano Praticò
- “Di respirare la stessa aria dei secondini non mi va, perciò ho deciso di rinunciare alla mia ora di libertà”. Fabrizio De Andrè cantava questi versi in una delle sue più belle canzoni. I detenuti italiani darebbero il loro stesso cibo (miserrimo) per qualche ora in più di aria, piuttosto che sopravvivere in celle di otto metri insieme ad altre tre persone per circa ventuno ore al giorno. Quindi, “scaglierebbero” qualsiasi oggetto disponibile contro il detenuto De Andrè, un pazzo agorafobico.
E’ notizia odierna il suicidio di un altro detenuto nelle nostre carceri. Sono passati due giorni dal precedente; il trentottesimo e il trentanovesimo dall’inizio dell’anno, quest’ultimo impiccatosi nel carcere di Siracusa dopo vari tentativi fallimentari. Da un’inchiesta di qualche mese fa del settimanale “L’Espresso”, emerge una situazione notevolmente allarmante all’interno delle “nostre” prigioni (come stava Silvio Pellico?), spesso ignorata dai quotidiani nazionali orientati su questioni finanziarie, dispute internazionali, cronaca di omicidi, stupri, assassinii, che oscurano temi concreti e rilevanti come questo. I detenuti nelle carceri italiane sono attualmente circa 68 mila, il 30% stranieri. La capienza regolamentare degli istituti penitenziari è di 44 mila unità; la capienza massima raggiunge i 67 mila detenuti. Da questi dati è chiaro che la causa principale del disagio risiede nel sovraffollamento. La Calabria ha un esubero del 65% rispetto alla capienza massima, peggio stanno solamente Puglia, Emilia Romagna e Veneto. Tutto ciò comporta che in spazi riservati ad un individuo, sopravvivano tre o quattro persone in condizioni igieniche ed ambientali disumane. Di conseguenza, l’aumento dei tentativi di suicidio è inevitabile. Ma credere che la carenza di strutture sia la causa primaria del problema, è parzialmente errato. Certo, le strutture potrebbero offrire servizi migliori in condizioni normali, tuttavia è il sistema penitenziario in sé che non regge. E traballa per colpa di leggi, come la Bossi-Fini, che rendono possibile l’invio in carcere di fiumane di persone solamente “imputate” di reato. Infatti, metà dei detenuti, tuttora, è in attesa di giudizio (circa 30 mila). Si tratta perlopiù, soprattutto al Nord, di clandestini pescati senza permesso di soggiorno, sbattuti in cella e poi subito rilasciati, ma che intanto ingorgano un sistema già al collasso a causa di pesanti deficit nel personale. Agli immigrati si affiancano i piccoli “pesci” di strada, spacciatori o semplici ricercatori di dosi di droga i quali soggiornano periodicamente nelle carceri contribuendo all’ingolfamento. Il vero male è la mancanza di personale penitenziario: a fronte dei 41 mila poliziotti che servirebbero nelle nostre galere, oggi ne sono presenti solamente 35 mila, per non parlare delle mancanze nel personale amministrativo o di educatori. Nei primi mesi dell’anno, il ministro della Giustizia Alfano ha presentato un piano per la costruzione di nuovi istituti penitenziari per i prossimi anni al fine di disporre di spazi sufficienti per circa altri 20 mila detenuti. Ma il vero problema non sono le prigioni che mancano, sono i carcerati che sono troppi. E tale piano di costruzione non sarebbe altro che un colossale business. Intanto la situazione rischia di innescare pericolose rivolte in contesti in cui la parola “cella” diventa sinonimo di “forno crematorio” a cause delle alte temperature estive e degli spazi angusti. Condizioni denunciate come “tortura di Stato” da parte di Adriano Sofri, il quale non ha mancato di denunciare questa terribile piaga. Le prigioni si agitano, i poliziotti sono pochi, qualcuno (molti) si toglie la vita. E pensare che Faber voleva stare in cella…
Etichette:
riflessioni
mercoledì 21 luglio 2010
Carcere in Campania, oltre il tollerabile, il rapporto tra educatori e detenuti nel carcere di Poggioreale è di circa 1 a 200. Rieducare i detenuti?Alfano e Ionta sanno cosa sia!?! giustizia,governo,angelino alfano,detenuti
Carcere in Campania, oltre il tollerabile
La regione conta oggi 8 mila detenuti, per una capienza di poco più di 5 mila posti, larga parte dei quali è in attesa di giudizio e ha un'età inferiore ai trentanove anni.
Mai come in questo periodo il carcere attraversa una fase di crisi. Una crisi riconosciuta dallo stesso governo con la proclamazione a gennaio di quest'anno dello stato di emergenza e da larga parte delle forze politiche.
Nel carcere sono oggi presenti quasi 70mila detenuti e la situazione è certo peggiore di quella che quattro anni fa convinse a ricorrere ad un provvedimento di indulto. La Campania conta oggi oltre 8mila detenuti, (per una capienza di poco più di 5mila posti), larga parte dei quali è in attesa di giudizio e ha una età inferiore a trentanove anni.
Per testimoniare la rapida espansione del sistema penitenziario campano è sufficiente una rapida carrellata di cifre.
Nel dicembre 2005 i detenuti presenti erano 7.310, con l'indulto sono scesi a circa 5mila. A marzo 2010 è stata superata per la prima volta la quota di 8.000 presenze (8.063). Negli ultimi diciotto mesi (2009 -2010) si sono registrati dieci suicidi, centocinque tentati suicidi e quattrocentosessantuno episodi di autolesionismo.
Si registrano in alcuni dei nostri istituti situazioni che vanno ben al di là del tollerabile.
Si pensi al carcere di Poggioreale, dove nelle celle si arriva sino a dodici persone, che ha un numero di detenuti pari al doppio della sua capienza.
Uno scenario gravissimo se si pensa che il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Napoli è arrivato a chiedere per iscritto alla amministrazione penitenziaria che la direzione della Casa Circondariale di Poggioreale si attivi con pronta sollecitudine per eliminare ogni possibile situazione di contrasto con l'articolo 27 della costituzione e con l'articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti Umani, informandone tempestivamente questo magistrato di sorveglianza".
Preoccupa soprattutto l'incapacità di offrire risposte convincenti nel breve periodo. Il cosìddetto Piano carceri del Governo prevede l'ampliamento del carcere di Poggioreale con un aumento di 220 unità nel padiglione Firenze, laddove vi sono 1.300 in più rispetto la capienza.
Il numero di figure sociali impegnate negli istituti di pena appare a dir poco insufficiente. Secondo i nostri calcoli, il rapporto tra educatori e detenuti nel carcere di Poggioreale è di circa 1 a 200.
Lo scenario è complicato dal fatto che la realtà penitenziaria campana è attraversato dalla riforma della sanità penitenziaria. Una riforma, del 2008, che ha sancito il passaggio delle competenze della sanità al sistema sanitario nazionale e che doveva rappresentare un miglioramento delle condizioni della popolazione detenuta.
Una popolazione, vale la pena ricordarlo, in cui circa il 33 per cento è tossicodipendente e il 65 per cento è affetto da patologie croniche.
Questa riforma procede a rilento, nonostante non si possa dire che questa volta il sistema sanitario regionale non si sia attivato.
Anzi. Ma si è dovuto fare i conti con due criticità, l'obsolescenza del sistema della sanità penitenziaria e l'ambiguità dei rapporti di lavoro al suo interno e dall'altro il ritardo con cui il governo ha trasferito le risorse necessarie.
Solo a fine 2009 sono stati trasferiti in Campania i circa 6milioni di euro già anticipati dalla Regione, mentre per le risorse future lo scenario è ancora incerto. In una regione dove sono presenti tra l'altro due Cdt (a Poggioreale e Secondigliano), con detenuti affetti da Hiv, un reparto di osservazione psichiatrica e due Ospedali psichiatrici giudiziari, Aversa e Napoli.
E a proposito di questi ultimi, dobbiamo ricordare che a novembre 2009 una nostra delegazione accompagnata da un consigliere regionale segnalava il caso di un internato nudo nella propria cella, piena di escrementi, e il caso di un malato a letto di coercizione dopo aver tentato il suicidio.
E l'11 giugno scorso la Commissione di inchiesta sull'efficacia del sistema sanitario, presieduta dal presidente Marino, ha effettuato una visita nell'Opg di Aversa, in compagnia dei Nas, e ha espresso un giudizio fortemente negativo sull'intera struttura.
A nostro avviso, ferma restando la necessità di interventi deflattivi di tipo normativo, è possibile aumentare il numero di figure sociali attraverso un potenziamento dell'intervento del terzo settore, promuovere il ricorso alle misure alternative alla detenzione e consolidare il passaggio della riforma della sanità penitenziaria, intervenendo in particolare nell'area del contrasto alle dipendenze e della salute mentale.
Se qualcuno ha poi altre proposte, ben vengano, perchè tutto ci si può permettere in questa fase, tranne che l'immobilismo.
La regione conta oggi 8 mila detenuti, per una capienza di poco più di 5 mila posti, larga parte dei quali è in attesa di giudizio e ha un'età inferiore ai trentanove anni.
Mai come in questo periodo il carcere attraversa una fase di crisi. Una crisi riconosciuta dallo stesso governo con la proclamazione a gennaio di quest'anno dello stato di emergenza e da larga parte delle forze politiche.
Nel carcere sono oggi presenti quasi 70mila detenuti e la situazione è certo peggiore di quella che quattro anni fa convinse a ricorrere ad un provvedimento di indulto. La Campania conta oggi oltre 8mila detenuti, (per una capienza di poco più di 5mila posti), larga parte dei quali è in attesa di giudizio e ha una età inferiore a trentanove anni.
Per testimoniare la rapida espansione del sistema penitenziario campano è sufficiente una rapida carrellata di cifre.
Nel dicembre 2005 i detenuti presenti erano 7.310, con l'indulto sono scesi a circa 5mila. A marzo 2010 è stata superata per la prima volta la quota di 8.000 presenze (8.063). Negli ultimi diciotto mesi (2009 -2010) si sono registrati dieci suicidi, centocinque tentati suicidi e quattrocentosessantuno episodi di autolesionismo.
Si registrano in alcuni dei nostri istituti situazioni che vanno ben al di là del tollerabile.
Si pensi al carcere di Poggioreale, dove nelle celle si arriva sino a dodici persone, che ha un numero di detenuti pari al doppio della sua capienza.
Uno scenario gravissimo se si pensa che il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Napoli è arrivato a chiedere per iscritto alla amministrazione penitenziaria che la direzione della Casa Circondariale di Poggioreale si attivi con pronta sollecitudine per eliminare ogni possibile situazione di contrasto con l'articolo 27 della costituzione e con l'articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti Umani, informandone tempestivamente questo magistrato di sorveglianza".
Preoccupa soprattutto l'incapacità di offrire risposte convincenti nel breve periodo. Il cosìddetto Piano carceri del Governo prevede l'ampliamento del carcere di Poggioreale con un aumento di 220 unità nel padiglione Firenze, laddove vi sono 1.300 in più rispetto la capienza.
Il numero di figure sociali impegnate negli istituti di pena appare a dir poco insufficiente. Secondo i nostri calcoli, il rapporto tra educatori e detenuti nel carcere di Poggioreale è di circa 1 a 200.
Lo scenario è complicato dal fatto che la realtà penitenziaria campana è attraversato dalla riforma della sanità penitenziaria. Una riforma, del 2008, che ha sancito il passaggio delle competenze della sanità al sistema sanitario nazionale e che doveva rappresentare un miglioramento delle condizioni della popolazione detenuta.
Una popolazione, vale la pena ricordarlo, in cui circa il 33 per cento è tossicodipendente e il 65 per cento è affetto da patologie croniche.
Questa riforma procede a rilento, nonostante non si possa dire che questa volta il sistema sanitario regionale non si sia attivato.
Anzi. Ma si è dovuto fare i conti con due criticità, l'obsolescenza del sistema della sanità penitenziaria e l'ambiguità dei rapporti di lavoro al suo interno e dall'altro il ritardo con cui il governo ha trasferito le risorse necessarie.
Solo a fine 2009 sono stati trasferiti in Campania i circa 6milioni di euro già anticipati dalla Regione, mentre per le risorse future lo scenario è ancora incerto. In una regione dove sono presenti tra l'altro due Cdt (a Poggioreale e Secondigliano), con detenuti affetti da Hiv, un reparto di osservazione psichiatrica e due Ospedali psichiatrici giudiziari, Aversa e Napoli.
E a proposito di questi ultimi, dobbiamo ricordare che a novembre 2009 una nostra delegazione accompagnata da un consigliere regionale segnalava il caso di un internato nudo nella propria cella, piena di escrementi, e il caso di un malato a letto di coercizione dopo aver tentato il suicidio.
E l'11 giugno scorso la Commissione di inchiesta sull'efficacia del sistema sanitario, presieduta dal presidente Marino, ha effettuato una visita nell'Opg di Aversa, in compagnia dei Nas, e ha espresso un giudizio fortemente negativo sull'intera struttura.
A nostro avviso, ferma restando la necessità di interventi deflattivi di tipo normativo, è possibile aumentare il numero di figure sociali attraverso un potenziamento dell'intervento del terzo settore, promuovere il ricorso alle misure alternative alla detenzione e consolidare il passaggio della riforma della sanità penitenziaria, intervenendo in particolare nell'area del contrasto alle dipendenze e della salute mentale.
Se qualcuno ha poi altre proposte, ben vengano, perchè tutto ci si può permettere in questa fase, tranne che l'immobilismo.
Etichette:
riflessioni
mercoledì 16 giugno 2010
Carcere di Poggioreale, condizioni disumane pure nei colloqui,1 educatore ogni 200 detenuti,quale relazione di condotta? carcere,governo,angelino alfano,detenuti,penitenziari,politici
Carcere di Poggioreale, condizioni disumane pure nei colloqui,
1 educatore ogni 200 detenuti,quale relazione di condotta?
mercoledì, 16 giugno, 2010, 11:50
L’inferno è dentro e fuori. Poggioreale vuol dire condizioni disumane per chi finisce in cella e per chi è costretto a farvi visita. Una vita impossibile. Anzi. «Una non vita», dice uno dei prigionieri al plotoncino formato dal consigliere regionale Corrado Gabriele, dal garante dei detenuti Adriana Tocco e dal direttore dell’istituto di pena, Cosimo Giordano. A Poggioreale i reclusi sono 2666: secondo l’associazione Antigone oltre mille in più rispetto alla capienza tollerabile. Solo 17 gli educatori. Un carcere dove nei primi sei mesi dell’anno si è registrato un suicidio e dove i parenti (per effettuare i colloqui) arrivano lì davanti in piena notte. E poi attendono il turno per ore: perchè sono in troppi, pure loro. Ma non ci sono fondi per costruire ambienti migliori: tre milioni di euro sono svaniti nel percorso tra le istituzioni ed il carcere. Sacchi blu in mano dove viene stipato di tutto, i parenti dei detenuti aspettano e aspettano. C’è chi si sente male e chi, come Patrizia, ha deciso di montare un ombrellone e su un tavolino raccoglie firme per il Camper della Speranza: «Domani qui davanti facciamo una protesta». Dentro, ovviamente, è peggio. Celle che garantiscono due metri quadrati di sopravvivenza per ogni detenuto: sono anche in nove in appena 18 metri quadri. Per 22 ore al giorno. Soltanto 120 i minuti di passeggiata forzata concessi all’aria aperta. Niente refrigerio, dietro la tendina bagni spesso non funzionanti. «Qui facciamo i turni per stare in piedi, non c’è lo spazio – racconta Enzo – la notte qui si soffoca, c’è una sola finestra e quando chiudono la porta blindata non si respira più». La cella accanto ecco Giuseppe, 32 anni. Si trascina il catetere. Da sette mesi. «Aspetto la chiamata dal Cardarelli, ma non arriva. Mi potete aiutare?». Nessuno risponde. di Mario Fabbroni Leggo
1 educatore ogni 200 detenuti,quale relazione di condotta?
mercoledì, 16 giugno, 2010, 11:50
L’inferno è dentro e fuori. Poggioreale vuol dire condizioni disumane per chi finisce in cella e per chi è costretto a farvi visita. Una vita impossibile. Anzi. «Una non vita», dice uno dei prigionieri al plotoncino formato dal consigliere regionale Corrado Gabriele, dal garante dei detenuti Adriana Tocco e dal direttore dell’istituto di pena, Cosimo Giordano. A Poggioreale i reclusi sono 2666: secondo l’associazione Antigone oltre mille in più rispetto alla capienza tollerabile. Solo 17 gli educatori. Un carcere dove nei primi sei mesi dell’anno si è registrato un suicidio e dove i parenti (per effettuare i colloqui) arrivano lì davanti in piena notte. E poi attendono il turno per ore: perchè sono in troppi, pure loro. Ma non ci sono fondi per costruire ambienti migliori: tre milioni di euro sono svaniti nel percorso tra le istituzioni ed il carcere. Sacchi blu in mano dove viene stipato di tutto, i parenti dei detenuti aspettano e aspettano. C’è chi si sente male e chi, come Patrizia, ha deciso di montare un ombrellone e su un tavolino raccoglie firme per il Camper della Speranza: «Domani qui davanti facciamo una protesta». Dentro, ovviamente, è peggio. Celle che garantiscono due metri quadrati di sopravvivenza per ogni detenuto: sono anche in nove in appena 18 metri quadri. Per 22 ore al giorno. Soltanto 120 i minuti di passeggiata forzata concessi all’aria aperta. Niente refrigerio, dietro la tendina bagni spesso non funzionanti. «Qui facciamo i turni per stare in piedi, non c’è lo spazio – racconta Enzo – la notte qui si soffoca, c’è una sola finestra e quando chiudono la porta blindata non si respira più». La cella accanto ecco Giuseppe, 32 anni. Si trascina il catetere. Da sette mesi. «Aspetto la chiamata dal Cardarelli, ma non arriva. Mi potete aiutare?». Nessuno risponde. di Mario Fabbroni Leggo
Etichette:
riflessioni
lunedì 31 maggio 2010
Casellati; nel “Piano Carceri” 2mila assunzioni, dai direttori, alle guardie,ai medici,agli educatori e tutto il personale penitenziario,nel frattempo la commissione bilancio boccia emendamenti DDl Alfano perche' non ci sono fondi. Sottosegretario,parole?carcere,governo,giustizia,detenuti,donatella ferranti,politici
Continuate a firmare e far firmare la nostra petizione per la presentazione al parlamento. Clicca sul rettangolo
Giustizia: Casellati; nel “Piano Carceri” 2mila assunzioni, dai direttori, alle guardie, ai medici,agli educatori e tutto il personale penitenziario.
di Martino Valente
Italia Oggi, 31 maggio 2010
Quando il lavoro è una vera prigione. Negli ultimi tre mesi oltre 500 persone hanno trovato un posto fisso come educatori, contabili o collaboratori in istituti penitenziari. A breve partiranno anche i concorsi per l’assunzione di duemila guardie previste dal Piano carceri, provvedimento straordinario che dovrebbe portare a una profonda ristrutturazione del comparto grazie all’aumento di personale e dei centri detentivi.
In altre parole, con i chiari di luna degli ultimi tempi, la prigione è un lavoro (e non il contrario) e tutto il sistema carcerario può essere visto anche come una grande impresa pubblica nella quale investire il proprio futuro. Le carceri sono al collasso per sovraffollamento e il Piano del governo intende portare la capienza per gli “ospiti” a 80 mila unità.
“Per questo sono in programma nuove assunzioni di personale e presto sarà necessario programmarne ad altre”, conferma il sottosegretario di stato alla giustizia Maria Elisabetta Alberti Casellati. Oggi, e fino a dicembre, vige lo stato d’emergenza: con 60 mila detenuti in 360 strutture sono in servizio 6.318 tra dirigenti, tecnici amministrativi ed educatori. Il personale di polizia penitenziaria è composto di 38.790 unità. A peggiorare il quadro il fatto che, se non bastasse, la popolazione nelle carceri aumenta di 800 unità al mese (26 al giorno).
“Il governo”, puntualizza il sottosegretario, “ha dunque preso atto della situazione e ha deciso di percorrere una strada “costruttiva”, assai diversa rispetto alle scelte spesso solo paradossali fino a oggi adottate (trenta tra amnistie e indulti negli ultimi 60 anni)”.
Altro aspetto da (rivalutare considerando un ipotetico lavoro nelle carceri è che (forse) niente sarà più come prima. “Con il Piano si riuscirà a riportare la situazione sotto controllo e a garantire che l’espiazione della pena avvenga nel pieno rispetto di tutte le garanzie costituzionalmente garantite ai reclusi”, annuncia il braccio destro del ministro Alfano. Oggi le cronache parlano tutti I giorni di suicidi in cella, di condizioni e trattamenti al limite del regolamento e tutto il sistema vive e respira aria di emergenza. Alla realizzazione del piano le carceri come le conosciamo non dovranno essere più le stesse, sotto dotate di fondi, uomini e mezzi. Lavorarci potrà essere meno drammatico (e mortificante) di quanto non sia oggi.
“La riforma intrapresa prevede la creazione di 47 padiglioni all’interno delle carceri esistenti e di otto nuovi istituti. Il piano ha un costo stimato in 600 milioni di euro (500 dei quali previsti in Finanziaria, gli altri 100 a carico del ministero della giustizia) e si avvale anche dell’apporto di capitali privati”, continua Alberti Casellati. “Dal punto di vista del personale che nelle nuove e vecchie strutture dovrà lavorare è prevista l’assunzione di 2 mila agenti di custodia e, in prospettiva, lo sblocco del turnover che garantirà un ulteriore rafforzamento delle piante organiche. La proclamazione dello stato d’emergenza nazionale per tutto il 2010 consentirà di mettere in atto procedure snelle, sulla falsariga di quelle utilizzate per l’emergenza post terremoto in Abruzzo”.
Ma come l’indulto anche le nuove carceri e il nuovo personale rischiano di diventare misure insufficienti e tardive? “Per evitarlo il Piano carceri”, spiega ancora il sottosegretario, “è corredato da una serie di norme che amplieranno l’impatto del provvedimento sull’intero sistema. Il punto di partenza sarà il fatto che circa 24 mila dei 67 mila detenuti nei nostri penitenziari hanno cittadinanza straniera.
Il governo italiano sta avviando una serie di accordi bilaterali che mirano a ottenere la possibilità che questi detenuti scontino la pena nei Paesi d’origine. Si tratta peraltro di una riflessione avviata anche in sede di Unione europea, poi confluita nel “Programma di Stoccolma 2010 - 2014”.
C’è poi la risoluzione che, a partire dal Programma, getta le basi per il finanziamento di nuove carceri con fondi europei in quei paesi, come appunto l’Italia, in cui il sovraffollamento è determinato anche dalla massiccia presenza di detenuti stranieri”. A questo va aggiunta una serie di norme che il governo intende varare, come la messa in prova di tre anni, e l’accelerazione impressa al varo di misure già all’esame del parlamento, come la detenzione domiciliare a chi deve scontare un residuo di pena inferiore ad un anno.
Secondo le più recenti stime i reclusi che si trovano nella condizione di beneficiare di questa ultima norma sono circa 10mila, di cui circa 5.600 italiani, quasi 800 cittadini di paesi dell’Unione e circa 4 mila extracomunitari. “Si tratta”, precisa Alberti Casellati “di un provvedimento che non presenta alcun rischio per la sicurezza dei cittadini, giacché è congegnato in modo tale da infliggere il raddoppio della pena residua a coloro che si sottraessero agli obblighi previsti dalle nuove norme”. La chiamata sarà per concorso e toccherà tutte le figure che lavorano dall’altra parte delle sbarre: il direttore e il vice, le guardie e il personale medico - sanitario, tutte accomunate dal fatto di occuparsi per definizione giuridica del “trattamento dei detenuti e del loro recupero”.
Il direttore è responsabile del carcere e ha molteplici compiti, tra i quali la supervisione di tutto ciò che accade in istituto: oggi se ne contano 360 ma con il già citato Piano saliranno sicuramente. La polizia penitenziaria ha il compito di mantenere l’ordine e garantire la sicurezza sia dentro alla struttura sia negli spostamenti all’esterno. In organico oggi se ne contano circa 40 mila ma, come detto, è prevista l’assunzione di altre duemila unità a breve e nuovi concorsi. L’educatore è una figura di primaria importanza, coordina infatti tutte le attività che si svolgono all’interno dell’istituto (sociali, culturali, ricreative...) e traccia una sintesi della personalità del detenuto.
La relazione scritta dall’educatore, in collaborazione con lo psicologo e il criminologo viene inviata al magistrato, che in taluni casi può decidere di affidare il detenuto ai servizi sociali. Ciascun istituto è dotato di servizio medico e di servizio farmaceutico e dispone di almeno uno specialista in psichiatria (legge 354/1975, art. 11). Lo psicologo analizza la personalità del recluso, che in questo caso diventa “paziente”. Il criminologo infine ha un compito assai diverso che è quello di scoprire le caratteristiche che hanno portato la persona a compiere il reato cercando di valutarne la pericolosità sociale e la possibilità di continuare nell’attività criminosa.
Giustizia: Casellati; nel “Piano Carceri” 2mila assunzioni, dai direttori, alle guardie, ai medici,agli educatori e tutto il personale penitenziario.
di Martino Valente
Italia Oggi, 31 maggio 2010
Quando il lavoro è una vera prigione. Negli ultimi tre mesi oltre 500 persone hanno trovato un posto fisso come educatori, contabili o collaboratori in istituti penitenziari. A breve partiranno anche i concorsi per l’assunzione di duemila guardie previste dal Piano carceri, provvedimento straordinario che dovrebbe portare a una profonda ristrutturazione del comparto grazie all’aumento di personale e dei centri detentivi.
In altre parole, con i chiari di luna degli ultimi tempi, la prigione è un lavoro (e non il contrario) e tutto il sistema carcerario può essere visto anche come una grande impresa pubblica nella quale investire il proprio futuro. Le carceri sono al collasso per sovraffollamento e il Piano del governo intende portare la capienza per gli “ospiti” a 80 mila unità.
“Per questo sono in programma nuove assunzioni di personale e presto sarà necessario programmarne ad altre”, conferma il sottosegretario di stato alla giustizia Maria Elisabetta Alberti Casellati. Oggi, e fino a dicembre, vige lo stato d’emergenza: con 60 mila detenuti in 360 strutture sono in servizio 6.318 tra dirigenti, tecnici amministrativi ed educatori. Il personale di polizia penitenziaria è composto di 38.790 unità. A peggiorare il quadro il fatto che, se non bastasse, la popolazione nelle carceri aumenta di 800 unità al mese (26 al giorno).
“Il governo”, puntualizza il sottosegretario, “ha dunque preso atto della situazione e ha deciso di percorrere una strada “costruttiva”, assai diversa rispetto alle scelte spesso solo paradossali fino a oggi adottate (trenta tra amnistie e indulti negli ultimi 60 anni)”.
Altro aspetto da (rivalutare considerando un ipotetico lavoro nelle carceri è che (forse) niente sarà più come prima. “Con il Piano si riuscirà a riportare la situazione sotto controllo e a garantire che l’espiazione della pena avvenga nel pieno rispetto di tutte le garanzie costituzionalmente garantite ai reclusi”, annuncia il braccio destro del ministro Alfano. Oggi le cronache parlano tutti I giorni di suicidi in cella, di condizioni e trattamenti al limite del regolamento e tutto il sistema vive e respira aria di emergenza. Alla realizzazione del piano le carceri come le conosciamo non dovranno essere più le stesse, sotto dotate di fondi, uomini e mezzi. Lavorarci potrà essere meno drammatico (e mortificante) di quanto non sia oggi.
“La riforma intrapresa prevede la creazione di 47 padiglioni all’interno delle carceri esistenti e di otto nuovi istituti. Il piano ha un costo stimato in 600 milioni di euro (500 dei quali previsti in Finanziaria, gli altri 100 a carico del ministero della giustizia) e si avvale anche dell’apporto di capitali privati”, continua Alberti Casellati. “Dal punto di vista del personale che nelle nuove e vecchie strutture dovrà lavorare è prevista l’assunzione di 2 mila agenti di custodia e, in prospettiva, lo sblocco del turnover che garantirà un ulteriore rafforzamento delle piante organiche. La proclamazione dello stato d’emergenza nazionale per tutto il 2010 consentirà di mettere in atto procedure snelle, sulla falsariga di quelle utilizzate per l’emergenza post terremoto in Abruzzo”.
Ma come l’indulto anche le nuove carceri e il nuovo personale rischiano di diventare misure insufficienti e tardive? “Per evitarlo il Piano carceri”, spiega ancora il sottosegretario, “è corredato da una serie di norme che amplieranno l’impatto del provvedimento sull’intero sistema. Il punto di partenza sarà il fatto che circa 24 mila dei 67 mila detenuti nei nostri penitenziari hanno cittadinanza straniera.
Il governo italiano sta avviando una serie di accordi bilaterali che mirano a ottenere la possibilità che questi detenuti scontino la pena nei Paesi d’origine. Si tratta peraltro di una riflessione avviata anche in sede di Unione europea, poi confluita nel “Programma di Stoccolma 2010 - 2014”.
C’è poi la risoluzione che, a partire dal Programma, getta le basi per il finanziamento di nuove carceri con fondi europei in quei paesi, come appunto l’Italia, in cui il sovraffollamento è determinato anche dalla massiccia presenza di detenuti stranieri”. A questo va aggiunta una serie di norme che il governo intende varare, come la messa in prova di tre anni, e l’accelerazione impressa al varo di misure già all’esame del parlamento, come la detenzione domiciliare a chi deve scontare un residuo di pena inferiore ad un anno.
Secondo le più recenti stime i reclusi che si trovano nella condizione di beneficiare di questa ultima norma sono circa 10mila, di cui circa 5.600 italiani, quasi 800 cittadini di paesi dell’Unione e circa 4 mila extracomunitari. “Si tratta”, precisa Alberti Casellati “di un provvedimento che non presenta alcun rischio per la sicurezza dei cittadini, giacché è congegnato in modo tale da infliggere il raddoppio della pena residua a coloro che si sottraessero agli obblighi previsti dalle nuove norme”. La chiamata sarà per concorso e toccherà tutte le figure che lavorano dall’altra parte delle sbarre: il direttore e il vice, le guardie e il personale medico - sanitario, tutte accomunate dal fatto di occuparsi per definizione giuridica del “trattamento dei detenuti e del loro recupero”.
Il direttore è responsabile del carcere e ha molteplici compiti, tra i quali la supervisione di tutto ciò che accade in istituto: oggi se ne contano 360 ma con il già citato Piano saliranno sicuramente. La polizia penitenziaria ha il compito di mantenere l’ordine e garantire la sicurezza sia dentro alla struttura sia negli spostamenti all’esterno. In organico oggi se ne contano circa 40 mila ma, come detto, è prevista l’assunzione di altre duemila unità a breve e nuovi concorsi. L’educatore è una figura di primaria importanza, coordina infatti tutte le attività che si svolgono all’interno dell’istituto (sociali, culturali, ricreative...) e traccia una sintesi della personalità del detenuto.
La relazione scritta dall’educatore, in collaborazione con lo psicologo e il criminologo viene inviata al magistrato, che in taluni casi può decidere di affidare il detenuto ai servizi sociali. Ciascun istituto è dotato di servizio medico e di servizio farmaceutico e dispone di almeno uno specialista in psichiatria (legge 354/1975, art. 11). Lo psicologo analizza la personalità del recluso, che in questo caso diventa “paziente”. Il criminologo infine ha un compito assai diverso che è quello di scoprire le caratteristiche che hanno portato la persona a compiere il reato cercando di valutarne la pericolosità sociale e la possibilità di continuare nell’attività criminosa.
Etichette:
riflessioni
Carcere:si teme una “evasione” di massa dei volontari perche' mancano troppi educatori,psicologi,assistenti sociali. angelin o alfano,governo,detenuti,politici
Continuate a firmare e far firmare la nostra petizione per la presentazione al parlamento. Clicca sul rettangolo
Giustizia: dalle affollate carceri italiane adesso si teme una “evasione” di massa… dei volontari perche' ci sono troppi
vuoti di organico educatori,psicologi,assistenti sociali.
di Carlo Giorgi
Il Sole 24 Ore, 31 maggio 2010
Dalle carceri italiane si teme una “evasione” di massa. Una fuga, però, non di detenuti ma di volontari. Gli istituti di pena italiani non hanno mai visto una situazione più critica: a fine marzo i detenuti “censiti” dal ministero della Giustizia erano 67.206, oltre una volta e mezza il numero di ospiti consentiti dalla capienza del sistema penitenziario (44.236 posti). Un simile sovraffollamento rende impossibile il lavoro degli agenti di polizia e, soprattutto, la vita dei reclusi. E il numero di suicidi dei detenuti è aumentato, raggiungendo quota 24 nei primi cinque mesi del l’anno.
Autosospensione
È per questo motivo che la Conferenza nazionale volontariato e giustizia, che rappresenta il volontariato di settore in Italia, ha sollecitato i propri aderenti a realizzare manifestazioni pacifiche che contemplino anche, fatto del tutto inedito, l’autosospensione dal servizio. “Nelle carceri le necessità sono tali che spesso i volontari suppliscono alle mancanze dello Stato - spiega Elisabetta Laganà, presidente della Conferenza nazionale - . Siamo davvero preoccupati: con l’attuale sovraffollamento mancano gli spazi per svolgere le attività previste; in questo modo i volontari non riescono a lavorare e le persone ospitate in carcere non possono che peggiorare. Per far capire la gravità della situazione, abbiamo invitato le associazioni a considerare anche la temporanea sospensione delle attività. Ciascuno tuttavia, sceglierà la propria forma di protesta, più o meno simbolica”.
Presenza non uniforme
Secondo gli ultimi dati ministeriali disponibili, i volontari che svolgono il loro servizio nelle carceri italiane sono 9.576: la media è di un volontario ogni sette detenuti. In Italia la presenza del volontariato non è uniforme. La Lombardia, regione con il maggior numero di volontari (2.433) e di detenuti (9.030), vanta la media di un volontario ogni 3,7 reclusi. Una condizione simile si rileva in Veneto (3,6, il migliore “rapporto”) e in Lazio (4,4). Al l’estremo opposto, c’è la situazione in Abruzzo e con soli 162 volontari su una presenza di 2.329 detenuti: la media è di un volontario ogni 14,4 reclusi.
L’ordinamento penitenziario italiano (legge 354/1975) norma l’attività di volontariato agli articoli 17 e 78. I volontari più numerosi (8.194) sono quelli definiti dall’articolo 17: operano per la risocializzazione del detenuto attraverso attività precise. Si diventa volontari “articolo 17” presentando domanda al direttore dell’istituto, che la valuta comunicando la richiesta al magistrato di sorveglianza. I volontari definiti dall’articolo 78, invece, sono più rari (1.382): la loro candidatura passa direttamente attraverso il magistrato di sorveglianza e viene valutata dal Provveditorato locale. I volontari “articolo 78”, inoltre, lavorano in stretta collaborazione con educatori, assistenti sociali, psicologi.
Vuoti in organico
Un altro motivo di difficoltà per il volontariato carcerario è proprio la grave carenza di queste figure professionali, che i volontari dovrebbero semplicemente affiancare, nel lavoro volto alla risocializzazione dei detenuti. Al 31 marzo 2010, infatti, mancavano all’organico minimo stabilito per decreto ministeriale e peraltro non aggiornato ben 613 educatori, quasi la metà (il 44,6%) di quelli previsti per legge; ma anche 535 assistenti sociali (il che significa il 32,6% in meno rispetto al personale fissato dal decreto) e 265 tra esperti informatici, linguistici, comunicatori, psicologi, statistici ed ausiliari.
“Il ministero è certo dell’importanza dell’attività dei volontari - dice Laganà. Già nel 2006 una circolare ministeriale invitava tutti gli istituti a fare ogni sforzo per allungare l’orario delle attività di volontariato fino alle sei di sera. Oggi però non è più possibile lavorare. Il nostro appello è rivolto al governo perché entro l’estate trovi soluzioni adeguate alla situazione”.
Etichette:
riflessioni
Carcere: Piazza lanza è un inferno,senza educatori,psicologi,farmarci,spazi per socializzare.Il governo trovi i fondi necessari per investire sul personale. angelino alfano,governo,detenuti,giustizia,politici,dap
Continuate a firmare e far firmare la nostra petizione per la presentazione al parlamento. Clicca sul rettangolo
di Francesco Silluzio
Vi è mai capitato di entrare nel Carcere di Piazza Lanza? Speriamo per Voi di no!!! La Casa Circondariale di Piazza Lanza attualmente ha circa 550 detenuti a fronte di una capienza massima di 285 posti e con 230 unità di polizia penitenziaria, invece delle 435 necessarie e previste dal Decreto Ministeriale sulle piante organiche.
Il carcere presenta, peggiorati, i problemi della maggior parte delle carceri italiane: sovraffollamento insostenibile e carenza di personale. Qualche settimana addietro è cominciata la protesta dei detenuti, che ha avuto una bassissima risonanza mediatica, i quali battendo sulle inferriate, cercavano di far percepire all’esterno la condizione di estremo disagio in cui sono costretti a vivere; il sindacato UIL della Polizia penitenziaria ha denunciato la situazione in cui versa il carcere e il suo organico; La situazione che emerge dalle denunce è allarmante.
Il carcere risulta essere una struttura vecchia e inadeguata agli scopi rieducativi che invece dovrebbe avere; in celle di circa 18 metri quadri, che a stento potrebbero ospitare tre detenuti, sono stipati fino a nove, o addirittura tredici detenuti, secondo la Uil penitenziari. Si registra anche una forte carenza di personale, sia di agenti di polizia penitenziaria che di figure specializzate come educatori e psicologi. La carenza di fondi colpisce l’area sanitaria: i farmaci sono insufficienti e mancano le dotazioni primarie per le medicazioni. Così com’è, la vecchia struttura penitenziaria sembra insomma una bomba ad orologeria.
Le denunce non sono nuove. Dal luglio 2009, periodo dell’ iniziativa di monitoraggio “Ferragosto 2009 in carcere”, organizzata dai radicali su tutto il territorio nazionale, che ha portato oltre 150 parlamentari in tutti gli istituti di pena, ad oggi, l’unico problema che è stato risolto è quello dei topi che infestavano l’istituto. Nelle celle sovraffollate fredde d’inverno (quest’anno l’impianto di riscaldamento non è stato attivato) e soffocanti d’estate, i cittadini detenuti trascorrono almeno venti ore chiusi a chiave. Nel carcere, a differenza di altri istituti di pena, non esistono attività al di fuori della cella e non vi è alcuna possibilità di socializzare. Per non parlare del fatto che, nella stessa struttura, si svolgono le Udienze di convalida degli arresti e i colloqui con i detenuti.
E’ chiaro che occorre un immediato intervento che non sia limitato solo a risolvere le emergenze ma a creare strutture degne di un paese civile e democratico.
Quell’inferno chiamato Piazza Lanza
di Francesco Silluzio
Vi è mai capitato di entrare nel Carcere di Piazza Lanza? Speriamo per Voi di no!!! La Casa Circondariale di Piazza Lanza attualmente ha circa 550 detenuti a fronte di una capienza massima di 285 posti e con 230 unità di polizia penitenziaria, invece delle 435 necessarie e previste dal Decreto Ministeriale sulle piante organiche.
Il carcere presenta, peggiorati, i problemi della maggior parte delle carceri italiane: sovraffollamento insostenibile e carenza di personale. Qualche settimana addietro è cominciata la protesta dei detenuti, che ha avuto una bassissima risonanza mediatica, i quali battendo sulle inferriate, cercavano di far percepire all’esterno la condizione di estremo disagio in cui sono costretti a vivere; il sindacato UIL della Polizia penitenziaria ha denunciato la situazione in cui versa il carcere e il suo organico; La situazione che emerge dalle denunce è allarmante.
Il carcere risulta essere una struttura vecchia e inadeguata agli scopi rieducativi che invece dovrebbe avere; in celle di circa 18 metri quadri, che a stento potrebbero ospitare tre detenuti, sono stipati fino a nove, o addirittura tredici detenuti, secondo la Uil penitenziari. Si registra anche una forte carenza di personale, sia di agenti di polizia penitenziaria che di figure specializzate come educatori e psicologi. La carenza di fondi colpisce l’area sanitaria: i farmaci sono insufficienti e mancano le dotazioni primarie per le medicazioni. Così com’è, la vecchia struttura penitenziaria sembra insomma una bomba ad orologeria.
Le denunce non sono nuove. Dal luglio 2009, periodo dell’ iniziativa di monitoraggio “Ferragosto 2009 in carcere”, organizzata dai radicali su tutto il territorio nazionale, che ha portato oltre 150 parlamentari in tutti gli istituti di pena, ad oggi, l’unico problema che è stato risolto è quello dei topi che infestavano l’istituto. Nelle celle sovraffollate fredde d’inverno (quest’anno l’impianto di riscaldamento non è stato attivato) e soffocanti d’estate, i cittadini detenuti trascorrono almeno venti ore chiusi a chiave. Nel carcere, a differenza di altri istituti di pena, non esistono attività al di fuori della cella e non vi è alcuna possibilità di socializzare. Per non parlare del fatto che, nella stessa struttura, si svolgono le Udienze di convalida degli arresti e i colloqui con i detenuti.
E’ chiaro che occorre un immediato intervento che non sia limitato solo a risolvere le emergenze ma a creare strutture degne di un paese civile e democratico.
Etichette:
riflessioni
venerdì 21 maggio 2010
Un altro suicidio. In carcere si continua a morire:carenza di educatori e psicologi sono concausa dei gesti suicidari. carcere,governo,poltiici,detenuti,giustizia,angelino alfano,educatori penitenziari
Continuate a firmare e far firmare la nostra petizione per la presentazione al parlamento. Clicca sul rettangolo
Un altro suicidio. In carcere si continua a morire
Aldo Caselli, 44 anni, si è impiccato nella sua cella. E' il 76° detenuto che perde la vita nel 2010. Prima di lui, hanno cercato di uccidersi in 26. Ma in questo caso, secondo il presidente del Tribunale di sorveglianza di Bologna, il sovraffollamento non c'entra
REGGIO EMILIA, 20 MAG. 2010 - Aldo Caselli, 44 anni, era da pochi giorni nel carcere di Reggio Emilia. Stanotte, tra le 22.30 e le 23, ha annodato le lenzuola alle sbarre della cella e con quelle si è impiccato. Secondo le stime del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, il suo è il ventisettesimo suicidio dall'inizio dell'anno. Il secondo nell'istituto reggiano, dove il 27 marzo un altro detenuto aveva inalato il gas delle bombolette usato per cucinare e riscaldare cibi e bevande. Sempre a Reggio Emilia, nello stesso periodo, due internati avevano tentato il suicidio nell'ospedale psichiatrico giudiziario, dove ci sono più di 300 persone, ed erano stati salvati dalla polizia penitenziaria.
In un comunicato, il segretario generale aggiunto del Sappe - Sindacato autonomo polizia penitenziaria, Giovanni Battista Durante, ha sottolineato che l'agente della polizia penitenziaria in turno ieri sera nel carcere "é intervenuto prontamente, soccorrendo l'uomo che è stato visitato dai sanitari, ma non c'é stato niente da fare. A quell'ora c'era un solo agente che controllava due reparti a causa della cronica carenza di personale della polizia penitenziaria". A Reggio Emilia, dice ancora Durante, è prevista la presenza di 144 agenti, ma ce ne sono circa 110, mentre i detenuti sono circa 350, a fronte di una capienza di 160 posti detentivi.
"Sicuramente il sovraffollamento nelle carceri è drammatico, ma il suicidio di Aldo Caselli è una vicenda più complessa e che va ben al di là del numero di detenuti reclusi o degli organici penitenziari ridotti". A spiegarlo è il presidente del Tribunale di sorveglianza di Bologna, Francesco Maisto. Caselli era stato arrestato altre volte per reati vari ed era tornato in carceri solo tre giorni fa, il 17 maggio scorso, dopo un periodo agli arresti domiciliari. Con problemi di tossicodipendenza e malato da tempo, era stato assegnato ad una struttura specialistica, la comunità terapeutica "Bellarosa" di Reggio Emilia, perchè il suo stato di salute era stato giudicato incompatibile con la detenzione. Poi però è stato fermato dai carabinieri perché sospettato di aver compiuto una rapina, armato di una mannaia, ad un ristorante di Castelnuovo di sotto.
"Tutti, o quasi, i gesti suicidari in carcere sono collegati al vissuto personale, familiare e giudiziario dei detenuti. La maggior parte di costoro provengono da esperienze di droga e da situazioni di instabilità affettiva e, spesso, anche psichica - sostiene Giovanni Battista Durante - Ciò però non esclude che la drammatica situazione delle carceri, dovuta proprio al sovraffollamento e alla carenza di personale di polizia penitenziaria e di altre figure professionali come educatori e psicologi, contribuisca e sia concausa dei gesti suicidari e, soprattutto, della impossibilità di attuare qualsiasi programma di prevenzione rispetto a tale drammatico fenomeno".
A prescindere dai motivi di questo suicidio, infatti, sono ormai 76 i detenuti - in media uno ogni due giorni - morti nelle carceri dall'inizio dell'anno: 21 si sono impiccati, 6 per aver inalato gas, 49 per malattia. Lo afferma l'Osservatorio permanente sulle morti in carcere, che dopo i fatti di ieri sera ha aggiornato l'elenco dei deceduti. "Tra i 21 suicidi 'certi' - afferma in una nota - 5 avevano meno di 30 anni, 8 tra i 30 e i 40 anni, 4 tra i 40 e i 50 anni, 3 tra i 50 e i 60 anni, 1 più di 60 anni: 39 anni l'età media. 17 erano italiani e 4 stranieri". L'associazione sottolinea poi che lo scorso anno, dal primo gennaio al 20 maggio i detenuti suicidi furono 22, nello stesso periodo del 2008 15, nel 2007 13, nel 2006 20, nel 2005 18.
Un altro suicidio. In carcere si continua a morire
Aldo Caselli, 44 anni, si è impiccato nella sua cella. E' il 76° detenuto che perde la vita nel 2010. Prima di lui, hanno cercato di uccidersi in 26. Ma in questo caso, secondo il presidente del Tribunale di sorveglianza di Bologna, il sovraffollamento non c'entra
REGGIO EMILIA, 20 MAG. 2010 - Aldo Caselli, 44 anni, era da pochi giorni nel carcere di Reggio Emilia. Stanotte, tra le 22.30 e le 23, ha annodato le lenzuola alle sbarre della cella e con quelle si è impiccato. Secondo le stime del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, il suo è il ventisettesimo suicidio dall'inizio dell'anno. Il secondo nell'istituto reggiano, dove il 27 marzo un altro detenuto aveva inalato il gas delle bombolette usato per cucinare e riscaldare cibi e bevande. Sempre a Reggio Emilia, nello stesso periodo, due internati avevano tentato il suicidio nell'ospedale psichiatrico giudiziario, dove ci sono più di 300 persone, ed erano stati salvati dalla polizia penitenziaria.
In un comunicato, il segretario generale aggiunto del Sappe - Sindacato autonomo polizia penitenziaria, Giovanni Battista Durante, ha sottolineato che l'agente della polizia penitenziaria in turno ieri sera nel carcere "é intervenuto prontamente, soccorrendo l'uomo che è stato visitato dai sanitari, ma non c'é stato niente da fare. A quell'ora c'era un solo agente che controllava due reparti a causa della cronica carenza di personale della polizia penitenziaria". A Reggio Emilia, dice ancora Durante, è prevista la presenza di 144 agenti, ma ce ne sono circa 110, mentre i detenuti sono circa 350, a fronte di una capienza di 160 posti detentivi.
"Sicuramente il sovraffollamento nelle carceri è drammatico, ma il suicidio di Aldo Caselli è una vicenda più complessa e che va ben al di là del numero di detenuti reclusi o degli organici penitenziari ridotti". A spiegarlo è il presidente del Tribunale di sorveglianza di Bologna, Francesco Maisto. Caselli era stato arrestato altre volte per reati vari ed era tornato in carceri solo tre giorni fa, il 17 maggio scorso, dopo un periodo agli arresti domiciliari. Con problemi di tossicodipendenza e malato da tempo, era stato assegnato ad una struttura specialistica, la comunità terapeutica "Bellarosa" di Reggio Emilia, perchè il suo stato di salute era stato giudicato incompatibile con la detenzione. Poi però è stato fermato dai carabinieri perché sospettato di aver compiuto una rapina, armato di una mannaia, ad un ristorante di Castelnuovo di sotto.
"Tutti, o quasi, i gesti suicidari in carcere sono collegati al vissuto personale, familiare e giudiziario dei detenuti. La maggior parte di costoro provengono da esperienze di droga e da situazioni di instabilità affettiva e, spesso, anche psichica - sostiene Giovanni Battista Durante - Ciò però non esclude che la drammatica situazione delle carceri, dovuta proprio al sovraffollamento e alla carenza di personale di polizia penitenziaria e di altre figure professionali come educatori e psicologi, contribuisca e sia concausa dei gesti suicidari e, soprattutto, della impossibilità di attuare qualsiasi programma di prevenzione rispetto a tale drammatico fenomeno".
A prescindere dai motivi di questo suicidio, infatti, sono ormai 76 i detenuti - in media uno ogni due giorni - morti nelle carceri dall'inizio dell'anno: 21 si sono impiccati, 6 per aver inalato gas, 49 per malattia. Lo afferma l'Osservatorio permanente sulle morti in carcere, che dopo i fatti di ieri sera ha aggiornato l'elenco dei deceduti. "Tra i 21 suicidi 'certi' - afferma in una nota - 5 avevano meno di 30 anni, 8 tra i 30 e i 40 anni, 4 tra i 40 e i 50 anni, 3 tra i 50 e i 60 anni, 1 più di 60 anni: 39 anni l'età media. 17 erano italiani e 4 stranieri". L'associazione sottolinea poi che lo scorso anno, dal primo gennaio al 20 maggio i detenuti suicidi furono 22, nello stesso periodo del 2008 15, nel 2007 13, nel 2006 20, nel 2005 18.
Etichette:
riflessioni
sabato 8 maggio 2010
Carcere,Associazione Antigone:gli educatori sono pochi! giustizia,detenuti,angelino alfano,rita bernardini,politici,governo,costiotuzione
Continuate a firmare e far firmare la nostra petizione per la presentazione al parlamento. Clicca sul rettangolo
Giustizia: quando i detenuti abbandonati nelle celle preferiscono morire
Il Riformista, 8 maggio 2010
Alessio Scandurra (Associazione Antigone) spiega la relazione tira i suicidi e l'emergenza.
A fronte della mancanza di una riforma complessiva del sistema carcerario, che pure sarebbe urgente, qualsiasi provvedimento che possa fare uscire anche pochi detenuti, è da favorire: questo, in sintesi, il punto di vista di Antigone, l'associazione che si occupa dei diritti dei carcerati.
Anche perché, per la prima volta nella storia italiana, l'emergenza carceri ha assunto caratteri così macroscopici da essere messa nero su bianco da un ministro Guardasigilli, come spiega Alessio Scandurra, del direttivo dell'associazione.
Come valuta il ddl Alfano?
Sicuramente è un intervento di emergenza, non strutturale. Lascia invariato il sistema che ha provocato il sovraffollamento. Dire che è un indulto è facile, ma in realtà l'unico comune denominatore è l'obiettivo di svuotare gli istituti di pena. Ma se quando si decise l'ultimo indulto, si sperava di dare un attimo di respiro alle carceri, guadagnando il tempo necessario a varare interventi sistematici, oggi al massimo si pensa di costruire nuovi posti letto. Nelle carceri italiane, la metà dei detenuti è in custodia cautelare in attesa di giudizio, e ci sono 17mila tossicodipendenti per i quali nessuno decide misure alternative.
Il ddl Alfano, insomma, servirebbe solo a non fare saltare il tappo. Ma sarebbe comunque un risultato?Ma che s'intende quando si parla di emergenza carceri?
Prima di tutto, la vivibilità. In celle per due persone, ora vivono fino a cinque persone. Significa che non possono starci in piedi tutti insieme. Parliamo di violazioni dei diritti più elementari. E chiaro che salta del tutto il sistema di esecuzione della pena finalizzato al reinserimento del detenuto nella società. Gli educatori sono pochi, e dove ci sono non basta il personale di polizia penitenziaria necessario per spostare i detenuti nei luoghi dove si svolge l'attività di rieducazione. In pratica, chi è detenuto trascorre quasi tutto il proprio tempo in cella, nelle condizioni di cui sopra. È cosi che lo scorso anno è stato raggiunto il record dei suicidi in carcere. Meglio morti che in queste condizioni, insomma. E poi la violenza: in un luogo in cui i conflitto è inevitabile, queste condizioni di difficoltà moltiplicano le occasioni. Il trend degli episodi, purtroppo, è in crescita. E temiamo di vedere anche altro.
Ma come si è arrivati a questo?
Le carceri italiane superano la capienza regolamentare da 20 anni, ma è la prima volta che superano quella considerata tollerabile. E sempre per la prima volta il Governa ha dichiarato lo stato d'emergenza nelle carceri. Come è accaduto? Grazie al ricorso sempre pii frequente al carcere che è diventato la risposta a ogni domanda. La galera è meno costosa delle politiche sociali. E questa linea d'azione ha influenzato anche la magistratura di sorveglianza che concede sempre meno le misure alternative. A metà del 2006, quand'è stato varato l'ultimo indulto, c'erano 64 mila detenuti e 23mila che scontavano altre pene, oggi ci sono 67mila carcerati e solamente 11 mila persona soggette alle misure alternative. E poi leggi come la Cirielli, la Fini-Giovanardi, i pacchetti sicurezza hanno reso più difficile l'accesso a queste misure. È stato un orientamento costante della politica che di fatto ha prodotto questo stato di cose.
Giustizia: quando i detenuti abbandonati nelle celle preferiscono morire
Il Riformista, 8 maggio 2010
Alessio Scandurra (Associazione Antigone) spiega la relazione tira i suicidi e l'emergenza.
A fronte della mancanza di una riforma complessiva del sistema carcerario, che pure sarebbe urgente, qualsiasi provvedimento che possa fare uscire anche pochi detenuti, è da favorire: questo, in sintesi, il punto di vista di Antigone, l'associazione che si occupa dei diritti dei carcerati.
Anche perché, per la prima volta nella storia italiana, l'emergenza carceri ha assunto caratteri così macroscopici da essere messa nero su bianco da un ministro Guardasigilli, come spiega Alessio Scandurra, del direttivo dell'associazione.
Come valuta il ddl Alfano?
Sicuramente è un intervento di emergenza, non strutturale. Lascia invariato il sistema che ha provocato il sovraffollamento. Dire che è un indulto è facile, ma in realtà l'unico comune denominatore è l'obiettivo di svuotare gli istituti di pena. Ma se quando si decise l'ultimo indulto, si sperava di dare un attimo di respiro alle carceri, guadagnando il tempo necessario a varare interventi sistematici, oggi al massimo si pensa di costruire nuovi posti letto. Nelle carceri italiane, la metà dei detenuti è in custodia cautelare in attesa di giudizio, e ci sono 17mila tossicodipendenti per i quali nessuno decide misure alternative.
Il ddl Alfano, insomma, servirebbe solo a non fare saltare il tappo. Ma sarebbe comunque un risultato?Ma che s'intende quando si parla di emergenza carceri?
Prima di tutto, la vivibilità. In celle per due persone, ora vivono fino a cinque persone. Significa che non possono starci in piedi tutti insieme. Parliamo di violazioni dei diritti più elementari. E chiaro che salta del tutto il sistema di esecuzione della pena finalizzato al reinserimento del detenuto nella società. Gli educatori sono pochi, e dove ci sono non basta il personale di polizia penitenziaria necessario per spostare i detenuti nei luoghi dove si svolge l'attività di rieducazione. In pratica, chi è detenuto trascorre quasi tutto il proprio tempo in cella, nelle condizioni di cui sopra. È cosi che lo scorso anno è stato raggiunto il record dei suicidi in carcere. Meglio morti che in queste condizioni, insomma. E poi la violenza: in un luogo in cui i conflitto è inevitabile, queste condizioni di difficoltà moltiplicano le occasioni. Il trend degli episodi, purtroppo, è in crescita. E temiamo di vedere anche altro.
Ma come si è arrivati a questo?
Le carceri italiane superano la capienza regolamentare da 20 anni, ma è la prima volta che superano quella considerata tollerabile. E sempre per la prima volta il Governa ha dichiarato lo stato d'emergenza nelle carceri. Come è accaduto? Grazie al ricorso sempre pii frequente al carcere che è diventato la risposta a ogni domanda. La galera è meno costosa delle politiche sociali. E questa linea d'azione ha influenzato anche la magistratura di sorveglianza che concede sempre meno le misure alternative. A metà del 2006, quand'è stato varato l'ultimo indulto, c'erano 64 mila detenuti e 23mila che scontavano altre pene, oggi ci sono 67mila carcerati e solamente 11 mila persona soggette alle misure alternative. E poi leggi come la Cirielli, la Fini-Giovanardi, i pacchetti sicurezza hanno reso più difficile l'accesso a queste misure. È stato un orientamento costante della politica che di fatto ha prodotto questo stato di cose.
Etichette:
riflessioni
venerdì 7 maggio 2010
Carcere: DDL Alfano insufficiente,mancano educatori,psicologi,assistenti sociali,magistrati e cancellieri. giustizia,angelino alfano,rita bernardini,politici,detenuti,costituzione,
Continuate a firmare e far firmare la nostra petizione per la presentazione al parlamento. Clicca sul rettangolo
Giustizia: Maisto (Trib. Sorv. Bologna); questo ddl è clemenza permanente
Ansa, 6 maggio 2010
Il ddl "svuota carceri" è una manovra legislativa "insufficiente, rischiosa e lenta". "Una manovra che rende ordinaria la clemenza permanente come regola generale, operando per il passato e per il futuro".
A schierarsi contro il provvedimento voluto dal ministro Alfano, e attaccato oggi dal ministro Maroni, è il giudice Francesco Maisto, presidente del tribunale di Sorveglianza di Bologna. Contrario, nonostante ricordi, sia stato tra i pochi magistrati favorevoli all'indulto e tra coloro che hanno "contribuito alla preparazione della legge Gozzini che - dice - ho apprezzato ed applicato per decenni".
Come misura deflattiva per il sovraffollamento in carcere, secondo Maisto, molto meglio ripristinare le misure alternative alla detenzione perché "se per un verso la previsione dell'esecuzione della pena detentiva a domicilio per un anno può sembrare incidere sul sovraffollamento, per altro verso il ddl diventa più restrittivo perché impone, come condizione di ammissibilità dell'affidamento in prova al Servizio Sociale, l'accettazione del "lavoro di pubblica utilità". Il rischio contenuto nel provvedimento, secondo Maisto, sta, invece, nel fatto che "questa nuova forma di esecuzione della pena detentiva ha carattere automatico e funziona come l'applicazione di un indulto, pur non essendo tale. Non è previsto, infatti, il necessario spazio discrezionale".
Per il giudice, inoltre, "sul ddl sarà necessario l'intervento della Corte Costituzionale, come avvenne per l'indultino". Tra i rischi che Maisto rileva nel ddl c'e anche la non previsione "dell'obbligo di un domicilio diverso da quello della persona offesa, né di un domicilio diverso dal locus commissi delicti". Il giudice sottolinea inoltre come il ddl "delegittima la magistratura di sorveglianza perché rende obbligatoria l'alternativa per un anno anche quando il Tribunale di Sorveglianza abbia rigettato una o più richieste di misure alternative alla detenzione".
"Perfino la ratio dell'affidamento terapeutico per tossicodipendenti previsto dalla Legge Fini-Giovanardi viene aggirata svuotando la misura ad hoc per finalità deflative". Così come, per Maisto, il provvedimento contraddice i due recenti Pacchetti Sicurezza e, infine, non è applicabile in tempi celeri: "innanzitutto nei casi di sospensione dei procedimenti, come per l'indultino e la Espulsione, per ritenuta non manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale. Poi per le gravissime carenze di risorse umane e strumentali: insufficienze di organici dei Magistrati di Sorveglianza, delle Cancellerie, della Polizia penitenziaria, degli Educatori e degli Assistenti Sociali".
Giustizia: Maisto (Trib. Sorv. Bologna); questo ddl è clemenza permanente
Ansa, 6 maggio 2010
Il ddl "svuota carceri" è una manovra legislativa "insufficiente, rischiosa e lenta". "Una manovra che rende ordinaria la clemenza permanente come regola generale, operando per il passato e per il futuro".
A schierarsi contro il provvedimento voluto dal ministro Alfano, e attaccato oggi dal ministro Maroni, è il giudice Francesco Maisto, presidente del tribunale di Sorveglianza di Bologna. Contrario, nonostante ricordi, sia stato tra i pochi magistrati favorevoli all'indulto e tra coloro che hanno "contribuito alla preparazione della legge Gozzini che - dice - ho apprezzato ed applicato per decenni".
Come misura deflattiva per il sovraffollamento in carcere, secondo Maisto, molto meglio ripristinare le misure alternative alla detenzione perché "se per un verso la previsione dell'esecuzione della pena detentiva a domicilio per un anno può sembrare incidere sul sovraffollamento, per altro verso il ddl diventa più restrittivo perché impone, come condizione di ammissibilità dell'affidamento in prova al Servizio Sociale, l'accettazione del "lavoro di pubblica utilità". Il rischio contenuto nel provvedimento, secondo Maisto, sta, invece, nel fatto che "questa nuova forma di esecuzione della pena detentiva ha carattere automatico e funziona come l'applicazione di un indulto, pur non essendo tale. Non è previsto, infatti, il necessario spazio discrezionale".
Per il giudice, inoltre, "sul ddl sarà necessario l'intervento della Corte Costituzionale, come avvenne per l'indultino". Tra i rischi che Maisto rileva nel ddl c'e anche la non previsione "dell'obbligo di un domicilio diverso da quello della persona offesa, né di un domicilio diverso dal locus commissi delicti". Il giudice sottolinea inoltre come il ddl "delegittima la magistratura di sorveglianza perché rende obbligatoria l'alternativa per un anno anche quando il Tribunale di Sorveglianza abbia rigettato una o più richieste di misure alternative alla detenzione".
"Perfino la ratio dell'affidamento terapeutico per tossicodipendenti previsto dalla Legge Fini-Giovanardi viene aggirata svuotando la misura ad hoc per finalità deflative". Così come, per Maisto, il provvedimento contraddice i due recenti Pacchetti Sicurezza e, infine, non è applicabile in tempi celeri: "innanzitutto nei casi di sospensione dei procedimenti, come per l'indultino e la Espulsione, per ritenuta non manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale. Poi per le gravissime carenze di risorse umane e strumentali: insufficienze di organici dei Magistrati di Sorveglianza, delle Cancellerie, della Polizia penitenziaria, degli Educatori e degli Assistenti Sociali".
Etichette:
riflessioni
domenica 2 maggio 2010
Se piano carcere non sara' accompagnato da assunzioni agenti,educatori,assistenti sociali e direttori è destinato a fallire. carcere,governo,politici,angelino alfano,detenuti,costituzione,giustizia,italia,rita bernardini,donatella ferranti
Continuate a firmare e far firmare la nostra petizione per la presentazione al parlamento. Clicca sul rettangolo
COMUNICATO STAMPA DIRETTORI 1° MAGGIO 2010 ALLARME CARCERI
A conclusione del Convegno sulla Sicurezza, svoltosi ieri 30 aprile, ed organizzato dal Comune di Trieste, che ha visto la partecipazione numerosa dei rappresentanti delle diverse istituzioni della politica nazionale, regionale e locale, nonché la presenza di molti rappresentanti regionali e nazionali delle OO.SS. delle FF.PP., l'assessore comunale alla sicurezza e polizia locale, SBRIGLIA (che è anche segretario nazionale della più importante organizzazione sindacale dei direttori penitenziari SI.DI.PE.), dopo avere ricordato come non possa esservi sicurezza e legalità se non c'è il rispetto dei diritti umani, ha lanciato l'allarme sulle carceri, rappresentando come le autorità locali e ragionali debbano farsi anch'esse carico di tale problema, non lasciando solo lo Stato. Carenze di personale e poche risorse conferite nella spesa ordinaria, hanno determinato il peggioramento del sistema. Anche la Regione Friuli Venezia Giulia vive una difficile situazione penitenziaria a causa delle inadeguate condizioni del carcere di Pordenone (un antico piccolo castello la cui chiusura viene annunciata da oltre 20 anni, assolutamente incapace a rispondere alla grave situazione attuale), e quello di Gorizia è ormai quasi del tutto inagibile... E' evidente che gli altri istituti regionali devono poi farsi carico delle deficienze, vedendo a loro volta peggiorarne le condizioni, oltre al fatto che, se nelle carceri diventa difficile fare rieducazione, inevitabilmente a fine pena il territorio dovrà sopportare il perso della presenza di persone che, senza progetti, tornerebbero a delinquere. Illusoria sicurezza, ha ribadito, commentando l'allarme di SBRIGLIA,, il dr. CAPECE, Presidente della Consulta Nazionale della Sicurezza, organismo di rappresentanza che raccoglie numerose sigle autonome della polizia di stato, della polizia penitenziaria e del corpo forestale, il quale è anche il Segretario Generale del SAPPE, il più grande sindacato dei baschi azzurri. Come non comprendere la pericolosità del momento, ha sottolineato CAPECE, dove alla mancanza delle condizioni di dignità della espiazione della pena si accompagna il possibile cedimento alla stanchezza di uomini e donne in divisa impegnati giorno e notte nel garantire la sicurezza delle carceri e che si sentono abbandonati dalle istituzioni ? A tal proposito entrambi, rivolgendosi all'assessore regionale alla sicurezza, prof.ssa SEGANTI, hanno sottolineato come il PIANO CARCERI avrà bisogno di essere davvero calibrato ai bisogni urgentissimi, non disdegnando soluzioni innovative quali le piattaforme galleggianti (perchè non una anche in Regione, vista la presenza dei cantieri navali ?), oltre che il riutilizzo delle tante caserme dismesse, ma il tutto dovrà essere necessariamente accompagnato dall'indispensabile assunzione di nuovo personale dei polizia penitenziaria e dei ruoli tecnici e specialistici (educatori, assistenti sociali, ragionieri, etc.), nonché di dirigenti, per fare in modo che ogni istituto possa contare su un numero sufficiente di risorse umane, oggi al collasso. Ma occorre fare presto, prima che sia troppo tardi, sia per gli operatori penitenziari che per le realtà locali.
COMUNICATO STAMPA DIRETTORI 1° MAGGIO 2010 ALLARME CARCERI
A conclusione del Convegno sulla Sicurezza, svoltosi ieri 30 aprile, ed organizzato dal Comune di Trieste, che ha visto la partecipazione numerosa dei rappresentanti delle diverse istituzioni della politica nazionale, regionale e locale, nonché la presenza di molti rappresentanti regionali e nazionali delle OO.SS. delle FF.PP., l'assessore comunale alla sicurezza e polizia locale, SBRIGLIA (che è anche segretario nazionale della più importante organizzazione sindacale dei direttori penitenziari SI.DI.PE.), dopo avere ricordato come non possa esservi sicurezza e legalità se non c'è il rispetto dei diritti umani, ha lanciato l'allarme sulle carceri, rappresentando come le autorità locali e ragionali debbano farsi anch'esse carico di tale problema, non lasciando solo lo Stato. Carenze di personale e poche risorse conferite nella spesa ordinaria, hanno determinato il peggioramento del sistema. Anche la Regione Friuli Venezia Giulia vive una difficile situazione penitenziaria a causa delle inadeguate condizioni del carcere di Pordenone (un antico piccolo castello la cui chiusura viene annunciata da oltre 20 anni, assolutamente incapace a rispondere alla grave situazione attuale), e quello di Gorizia è ormai quasi del tutto inagibile... E' evidente che gli altri istituti regionali devono poi farsi carico delle deficienze, vedendo a loro volta peggiorarne le condizioni, oltre al fatto che, se nelle carceri diventa difficile fare rieducazione, inevitabilmente a fine pena il territorio dovrà sopportare il perso della presenza di persone che, senza progetti, tornerebbero a delinquere. Illusoria sicurezza, ha ribadito, commentando l'allarme di SBRIGLIA,, il dr. CAPECE, Presidente della Consulta Nazionale della Sicurezza, organismo di rappresentanza che raccoglie numerose sigle autonome della polizia di stato, della polizia penitenziaria e del corpo forestale, il quale è anche il Segretario Generale del SAPPE, il più grande sindacato dei baschi azzurri. Come non comprendere la pericolosità del momento, ha sottolineato CAPECE, dove alla mancanza delle condizioni di dignità della espiazione della pena si accompagna il possibile cedimento alla stanchezza di uomini e donne in divisa impegnati giorno e notte nel garantire la sicurezza delle carceri e che si sentono abbandonati dalle istituzioni ? A tal proposito entrambi, rivolgendosi all'assessore regionale alla sicurezza, prof.ssa SEGANTI, hanno sottolineato come il PIANO CARCERI avrà bisogno di essere davvero calibrato ai bisogni urgentissimi, non disdegnando soluzioni innovative quali le piattaforme galleggianti (perchè non una anche in Regione, vista la presenza dei cantieri navali ?), oltre che il riutilizzo delle tante caserme dismesse, ma il tutto dovrà essere necessariamente accompagnato dall'indispensabile assunzione di nuovo personale dei polizia penitenziaria e dei ruoli tecnici e specialistici (educatori, assistenti sociali, ragionieri, etc.), nonché di dirigenti, per fare in modo che ogni istituto possa contare su un numero sufficiente di risorse umane, oggi al collasso. Ma occorre fare presto, prima che sia troppo tardi, sia per gli operatori penitenziari che per le realtà locali. La segreteria Nazionale
Etichette:
riflessioni
martedì 27 aprile 2010
Anche i magistrati di sorveglianza dicono no a DDL Alfano su misure alternative senza nuove assunzione magistrati,educatori e assistenti! carcere,dap
Continuate a firmare e far firmare la nostra petizione per la presentazione al parlamento. Clicca sul rettangolo
Giustizia: critiche al Ddl Alfano, dai magistrati di sorveglianza
di Lionello Mancini
Il Sole 24 Ore, 27 aprile 2010
Il disegno di legge n. 3291, che dovrebbe alleggerire il sovraffollamento carcerario rischia di azionare una manovra "lenta e anche rischiosa". Parola di Francesco Maisto, 64 anni, presidente del Tribunale di sorveglianza di Bologna. Maisto ha contribuito alla preparazione della legge Gozzini, ma non approva questo "rendere ordinaria la clemenza permanente" ed è d’accordo con l’Unione delle Camere penali: questo progetto non va, meglio ripristinare le misure alternative alla detenzione. "Per i tossicodipendenti detenuti - spiega - sarebbe già efficace la modifica della disciplina della recidiva, chiesta anche da Carlo Giovanardi".
L’analisi del testo del Ddl 3291 è stata messa a punto nei giorni scorsi in una riunione dei presidenti dei tribunali di sorveglianza, convocata dalla VI commissione e contribuirà alla formazione del parere del Consiglio superiore della magistratura sulla normativa. Secondo le toghe, la legge è anche pericolosa "perché il suo carattere automatico la fa funzionare di fatto come un indulto, pur non essendo tale". Non sono consentiti accertamenti, "viene negato ogni spazio discrezionale al giudizio e quindi, ogni valutazione sulle possibilità di recidiva".
E cosa succederà per i reati di maltrattamenti e di violenza sessuale in famiglia? "L’assegnazione al domicilio coniugale è obbligatoria, non esiste la previsione di un domicilio diverso da quello della persona offesa, né dal luogo di commissione del reato".
E se, grazie agli automatismi del 3291, un detenuto potrà godere dell’alternativa domiciliare per un anno "anche quando il Tribunale di Sorveglianza abbia rigettato una o più richieste di misure alternative "è evidente l’effetto di delegittimazione che se ne ottiene. È vero che il Ddl introduce la novità di una relazione sulla condotta in carcere, ma, commenta Maisto "un detenuto potrebbe comportarsi bene in cella e non a casa"; né viene precisato il periodo di condotta da prendere in considerazione: "Si tratta, in definitiva, di una relazione ben diversa dall’attuale studio sulla personalità del soggetto, sul suo grado di partecipazione al percorso di rieducazione", nulla che serva a escludere una possibile recidiva.
Il raccordo del testo con le norme dell’Ordinamento penitenziario non esclude, poi, possibili deroghe che sospendano la permanenza in casa: di fatto la selezione dei beneficiari la farà solo l’Amministrazione, senza alcuna valutazione del magistrato. Né mancano i paradossi: "Se una persona libera deve espiare una pena di un anno, non conta nemmeno la condotta: va a casa e basta".
Infine, la legge è lenta. La rapidità dell’azione viene invocata dai garanti dei detenuti e anche sottolineata nella relazione al Ddl, dove si parla di 48 ore. Ma i tempi reali saranno ben diversi. Innanzitutto è prevedibile la sospensione di alcuni procedimenti per dubbi di costituzionalità, come già avviene per l’indultino e per l’espulsione ex articolo 16 del Testo unico sull’immigrazione; soprattutto, vanno considerate le gravissime carenze degli uffici che dovrebbero affrontare migliaia di casi entro poche ore, pur soffrendo "di scoperture e insufficienze di organici di magistrati, cancellieri, della polizia penitenziaria, educatori, assistenti sociali".
Giustizia: Camera; prosegue esame Ddl detenzione domiciliare
Asca, 27 aprile 2010
Oggi e giovedì in Commissione Giustizia prosegue il rapido iter del ddl governativo 3291 contenente norme per l’esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori ad un anno e la sospensione del procedimento con la messa in prova. In merito la scorsa settimana il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo ha fornito una relazione tecnica sul numero dei detenuti precisando che la detenzione domiciliare dovrebbe essere applicata a regime a circa 2.000 carcerati. Ha escluso che questa sia una forma di condono mascherato e ha ricordato il piano carceri del governo per realizzare in 18 mesi 11.000 nuovi posti. Nella seduta di domani su questo progetto normativo saranno ascoltati i rappresentanti dell’Anm, del Consiglio Nazionale Forense, dell’Organismo unitario dell’Avvocatura e dell’Unione Camere Penali.
Giustizia: critiche al Ddl Alfano, dai magistrati di sorveglianza
di Lionello Mancini
Il Sole 24 Ore, 27 aprile 2010
Il disegno di legge n. 3291, che dovrebbe alleggerire il sovraffollamento carcerario rischia di azionare una manovra "lenta e anche rischiosa". Parola di Francesco Maisto, 64 anni, presidente del Tribunale di sorveglianza di Bologna. Maisto ha contribuito alla preparazione della legge Gozzini, ma non approva questo "rendere ordinaria la clemenza permanente" ed è d’accordo con l’Unione delle Camere penali: questo progetto non va, meglio ripristinare le misure alternative alla detenzione. "Per i tossicodipendenti detenuti - spiega - sarebbe già efficace la modifica della disciplina della recidiva, chiesta anche da Carlo Giovanardi".
L’analisi del testo del Ddl 3291 è stata messa a punto nei giorni scorsi in una riunione dei presidenti dei tribunali di sorveglianza, convocata dalla VI commissione e contribuirà alla formazione del parere del Consiglio superiore della magistratura sulla normativa. Secondo le toghe, la legge è anche pericolosa "perché il suo carattere automatico la fa funzionare di fatto come un indulto, pur non essendo tale". Non sono consentiti accertamenti, "viene negato ogni spazio discrezionale al giudizio e quindi, ogni valutazione sulle possibilità di recidiva".
E cosa succederà per i reati di maltrattamenti e di violenza sessuale in famiglia? "L’assegnazione al domicilio coniugale è obbligatoria, non esiste la previsione di un domicilio diverso da quello della persona offesa, né dal luogo di commissione del reato".
E se, grazie agli automatismi del 3291, un detenuto potrà godere dell’alternativa domiciliare per un anno "anche quando il Tribunale di Sorveglianza abbia rigettato una o più richieste di misure alternative "è evidente l’effetto di delegittimazione che se ne ottiene. È vero che il Ddl introduce la novità di una relazione sulla condotta in carcere, ma, commenta Maisto "un detenuto potrebbe comportarsi bene in cella e non a casa"; né viene precisato il periodo di condotta da prendere in considerazione: "Si tratta, in definitiva, di una relazione ben diversa dall’attuale studio sulla personalità del soggetto, sul suo grado di partecipazione al percorso di rieducazione", nulla che serva a escludere una possibile recidiva.
Il raccordo del testo con le norme dell’Ordinamento penitenziario non esclude, poi, possibili deroghe che sospendano la permanenza in casa: di fatto la selezione dei beneficiari la farà solo l’Amministrazione, senza alcuna valutazione del magistrato. Né mancano i paradossi: "Se una persona libera deve espiare una pena di un anno, non conta nemmeno la condotta: va a casa e basta".
Infine, la legge è lenta. La rapidità dell’azione viene invocata dai garanti dei detenuti e anche sottolineata nella relazione al Ddl, dove si parla di 48 ore. Ma i tempi reali saranno ben diversi. Innanzitutto è prevedibile la sospensione di alcuni procedimenti per dubbi di costituzionalità, come già avviene per l’indultino e per l’espulsione ex articolo 16 del Testo unico sull’immigrazione; soprattutto, vanno considerate le gravissime carenze degli uffici che dovrebbero affrontare migliaia di casi entro poche ore, pur soffrendo "di scoperture e insufficienze di organici di magistrati, cancellieri, della polizia penitenziaria, educatori, assistenti sociali".
Giustizia: Camera; prosegue esame Ddl detenzione domiciliare
Asca, 27 aprile 2010
Oggi e giovedì in Commissione Giustizia prosegue il rapido iter del ddl governativo 3291 contenente norme per l’esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori ad un anno e la sospensione del procedimento con la messa in prova. In merito la scorsa settimana il sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo ha fornito una relazione tecnica sul numero dei detenuti precisando che la detenzione domiciliare dovrebbe essere applicata a regime a circa 2.000 carcerati. Ha escluso che questa sia una forma di condono mascherato e ha ricordato il piano carceri del governo per realizzare in 18 mesi 11.000 nuovi posti. Nella seduta di domani su questo progetto normativo saranno ascoltati i rappresentanti dell’Anm, del Consiglio Nazionale Forense, dell’Organismo unitario dell’Avvocatura e dell’Unione Camere Penali.
Etichette:
riflessioni
domenica 25 aprile 2010
Garante detenuti Franco Corleone: a Sollicciano mancano educatori,questo causa suicidi detenuti! carcere,governo,politici,detenuti,angelino alfano,dap
Continuate a firmare e far firmare la nostra petizione per la presentazione al parlamento. Clicca sul rettangolo
Firenze: Franco Corleone; a Sollicciano personale educativo è inadeguato
Redattore Sociale, 25 aprile 2010
"A Sollicciano mancano gli educatori e il personale non ha le attenzioni necessarie per favorire l’accoglienza dei detenuti". Anche per questo motivo, secondo il garante dei detenuti del Comune di Firenze, Franco Corleone, si è verificato il suicidio del recluso italiano all’interno dell’istituto penitenziario fiorentino. "Gran parte dei suicidi all’interno delle carceri - ha spiegato Corleone - avvengono proprio nei primi giorni di detenzione. Ecco perché sarebbe opportuno, oltre alla risoluzione del sovraffollamento, agevolare l’ingresso dei detenuti con un personale più adeguato". "Proprio ieri mattina - ha concluso il garante dei detenuti di Firenze - mi sono recato in visita a Sollicciano per tentare di trovare soluzioni alle difficoltà quotidiane. L’intervento che richiedo urgentemente è la detenzione alternativa per i tossicodipendenti".
Firenze: Franco Corleone; a Sollicciano personale educativo è inadeguato
Redattore Sociale, 25 aprile 2010
"A Sollicciano mancano gli educatori e il personale non ha le attenzioni necessarie per favorire l’accoglienza dei detenuti". Anche per questo motivo, secondo il garante dei detenuti del Comune di Firenze, Franco Corleone, si è verificato il suicidio del recluso italiano all’interno dell’istituto penitenziario fiorentino. "Gran parte dei suicidi all’interno delle carceri - ha spiegato Corleone - avvengono proprio nei primi giorni di detenzione. Ecco perché sarebbe opportuno, oltre alla risoluzione del sovraffollamento, agevolare l’ingresso dei detenuti con un personale più adeguato". "Proprio ieri mattina - ha concluso il garante dei detenuti di Firenze - mi sono recato in visita a Sollicciano per tentare di trovare soluzioni alle difficoltà quotidiane. L’intervento che richiedo urgentemente è la detenzione alternativa per i tossicodipendenti".
Etichette:
riflessioni
martedì 20 aprile 2010
Carceri sardegna: mancano direttori ed educatori! carcere,governo,angelino alfano,detenuti,giustizia,politici,rita bernardini,italia,parlamento,Ionta
Continuate a firmare e far firmare la nostra petizione per la presentazione al parlamento. Clicca sul rettangolo
Ombre e luci della Sardegna Giuseppe Mazzella
Il personale di Polizia è sufficiente, ma mancano educatori e direttori. Ecco il quadro della situazione penitenziaria nell’isola
Intervista a Francesco Massidda Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria della Sardegna
Il dottor Francesco Massidda, Provveditore Regionale della Sardegna, 59 anni, sposato con due figli, è nell’Amministrazione Penitenziaria dal 1975. Dopo aver maturato moltissime esperienze sia come direttore d’importanti istituti come quelli di Nuoro e dell’Asinara, che come ispettore e membro del Consiglio centrale di disciplina al ministero della Giustizia, dal 2000 è Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria della Sardegna, incarico già ricoperto nel 1991.
La sua vasta esperienza, maturata in compiti delicati in prima linea, ne fa un profondo e competente conoscitore delle complesse problematiche che attraversano il sistema penitenziario della Sardegna, dove è impegnato a coordinare l’attività di dodici istituti e la scuola di formazione di Monastir. Il dottor Massidda ci riceve nel suo ufficio in Via Giovanbattista Tuveri, a due passi dal Tribunale di Cagliari.
«Sono entrato nell’Amministrazione Penitenziaria nel 1975, - racconta - dopo aver superato il concorso di direttore. Il mio primo incarico è stato nella Casa di reclusione aperta di Mamone, in Sardegna, e subito dopo sono stato a Nuoro, in coincidenza con le aperture degli istituti di massima sicurezza. Di qui poi, nel 1980, sono stato destinato all’Asinara e sei anni dopo a Sassari. Superato il concorso da dirigente, nel 1991 sono venuto a Cagliari, con l’incarico di Provveditore regionale dell’Amministrazione Penitenziaria della Sardegna».
Quale era la situazione penitenziaria nell’isola in quegli anni?
«In quel periodo avevamo, innanzi tutto, due istituti in meno, Macomer e Iglesias, c’era quindi un problema maggiore di sovraffollamento con un numero di detenuti che si aggirava attorno ai 2.220-2.300, rispetto ai circa 1.800 di oggi. Questo indica che, tutto sommato, ora gli istituti dell’isola, non soffrono di un grave sovraffollamento, se si escludono ovviamente le circondariali».
Dal 1991 al suo secondo mandato come Provveditore, nel 2000, si sono aggiunti altri problemi per gli istituti da lei coordinati?
«Forse è peggiorata la situazione delle tossicodipendenze, che peraltro era già elevata anche allora, e sono aumentati anche i detenuti con patologie psichiatriche. Sul fronte della Polizia Penitenziaria, invece, dal 1991, con l’entrata in vigore della legge di riforma del Corpo di Polizia Penitenziaria, il personale ha potuto fruire di maggiori diritti, anche se è aumentata la conflittualità tra personale o rappresentanza del personale e direzioni».
In che modo si potrebbe caratterizzare la realtà della Sardegna dal punto di vista penitenziario?
«Domanda difficile. La Sardegna penitenziaria ha diverse caratteristiche. Innanzi tutto l’isola ospita moltissimi extracomunitari, che provengono, soprattutto, dal nord d’Italia. Questo si deve anche alla presenza di tre Case di reclusione aperte, che offrono maggiori opportunità di lavoro per i detenuti, ed essendo gli extracomunitari senza particolari legami territoriali, stare in Sardegna permette loro di guadagnare denaro da inviare alle proprie famiglie. Un’altra caratteristica del territorio sardo è rappresentata dalla presenza di istituti di massima sicurezza, come quello dell’Asinara, con detenuti sottoposti a regime di 41 bis, una presenza questa che ha in parte condizionato la realtà penitenziaria dell’isola, irrigidendola».
Quanti sono gli istituti da lei coordinati in Sardegna?
«Coordino 12 istituti, a cui si aggiungono la scuola di Polizia e la scuola di formazione di Monastir. Si tratta di istituti molto diversi tra di loro, alcuni grandi come quello di Cagliari altri piccolissimi, dove però nel complesso non si soffre del problema del sovraffollamento, come avviene per tanti altri istituti del continente».
Il personale impegnato in Sardegna è sufficiente?
«Le risorse umane si dividono in due settori principali. La Polizia Penitenziaria e il comparto del Ministero. La Polizia Penitenziaria qui si aggira intorno alle 1.400 unità per l’intera Sardegna, a fronte delle 1.324 unità delle piante organiche.
In sostanza tutti gli istituti sardi possono contare su qualche elemento in più nel personale, tranne la Casa circondariale di Sassari che è un po’ penalizzata. Queste unità in più derivano dalla chiusura dell’istituto dell’Asinara, il cui personale, essendo sardo, è stato lasciato in Sardegna.
Nel comparto ministeri invece, abbiamo gravissime difficoltà per quanto riguarda i direttori. Oggi, in Sardegna, possiamo contare solo su tre direttori titolari per dodici istituti e su tre in missione che vengono dal continente. Se si considera poi, che ultimamente alcuni di loro sono stati anche assenti per lunghi periodi di malattia, si può immaginare quanto sia seria la situazione. Altrettanto grave è il problema degli educatori, figure essenziali nell’organizzazione penitenziaria. Solo per fare un esempio, l’istituto di Mamone al momento manca del direttore, del comandante di reparto, dell’educatore e del ragioniere, sostituiti, temporaneamente, con personale in missione. Mancano quindi tutte le figure principali per un carcere. E Mamone, va ricordato, ospita duecento detenuti, di scarsa pericolosità, definitivi, che richiedono attività trattamentale molto avanzata, perché sono tutti a fine pena. Gli educatori che vi mandiamo da altre parti della Sardegna, hanno gravi difficoltà, trattandosi di una sede molto disagiata, mal collegata e lontana». E dal punto di vista delle risorse economiche?
«Per quanto riguarda le risorse economiche non possiamo lamentarci. Meno bene, invece, andiamo con le risorse destinate alla sanità, che, con la finanziaria dell’anno scorso, hanno subito un tracollo, poi in parte recuperato in corso d’opera. La Sardegna, che aveva problemi già prima, si è trovata così in gravi difficoltà. La sanità, infatti, non è troppo comprimibile. Fortunatamente il Presidente della Giunta e l’Assessore alla Sanità della Regione Sardegna si sono fatti carico, dal mese di luglio, di fornire ai nostri istituti tutti i medicinali necessari, tramite le ASL. Questo ci ha sollevati dalla necessità di fare debiti per approvvigionarci o di cercare di comprimere le spese, permettendoci di pareggiare il bilancio. Stiamo cercando di allargare questa collaborazione anche in altri settori, come ad esempio quello delle visite specialistiche. Di questo siamo particolarmente soddisfatti. Altri problemi ci vengono dalla carenza di infermieri di ruolo, e da quelli a parcella delle ASL. Anche se la nostra è una situazione che possiamo considerare nella media nazionale, sarebbe auspicabile l’aumento del numero degli infermieri per migliorare il servizio. Per quanto riguarda i medici, negli istituti principali è assicurata la copertura 24 ore su 24, mentre questo non avviene negli istituti più piccoli, che possono però contare sugli ospedali vicini, come ad esempio a Tempio, dove la struttura ospedaliera è a soli 50 metri».
Per quanto riguarda il servizio traduzioni e piantonamento, quali problemi presenta lavorare in Sardegna?
«Il problema tocca soprattutto le Case di reclusione aperte, perché lontane dai centri abitati. Per cui per tutte le analisi strumentali, TAC, ecografie, o visite particolari, dobbiamo portare il detenuto in ospedale. Questo comporta un impiego massiccio delle traduzioni, che si va a sommare alle traduzioni per i Palazzi di giustizia, anche queste numerosissime. Cagliari, invece, ha un centro clinico con molti medici e infermieri, abbastanza attrezzato. Sassari ha un centro clinico di spessore più limitato, ma ha il supporto degli ospedali e dell’Università.
Nonostante tutto, però, con grande sforzo del personale, riusciamo a garantire il servizio in maniera soddisfacente».
In questi ultimi mesi in Sardegna sono aumentati i suicidi in carcere. Quali possono essere le cause secondo lei?
«Fino a qualche tempo fa eravamo nella norma, o addirittura sotto le statistiche, adesso, purtroppo, la situazione è peggiorata soprattutto a Sassari e Cagliari dove, come ho già ricordato, numerosi sono i detenuti che soffrono di patologie gravi, sia correlate alla tossicodipendenza, che a problemi psichiatrici. L’esplosione di questi suicidi è, ovviamente, oggetto di riflessione e di accertamenti. Sono state fatte reiterate ispezioni nel carcere di Cagliari e ci si è consultati con i medici e con tutto il personale. L’idea che ci stiamo facendo è che il poco spazio e la noia all’interno del carcere possono favorire il suicidio. Non essendoci spazi per scaricare le tensioni, il detenuto giovane che rimane all’interno di una cella per troppo tempo, somatizza anche le problematiche minori. Proprio per Cagliari stiamo progettando di ricavare nuovi spazi dove i detenuti possono fare attività, sportive e ricreative».
Come è la situazione del lavoro per i detenuti in Sardegna?
«In Sardegna ci troviamo in condizioni migliori, rispetto a tante altre regioni, perché abbiamo tre Case di reclusione aperte, dove la maggior parte dei detenuti lavora e dove l’unico freno è costituito dalla limitata disponibilità di bilancio. Qui abbiamo molte centinaia di persone impegnate nella coltivazione dei campi e nell’allevamento del bestiame, e in tutti i lavori collegati. Nella Case circondariali ordinarie, invece, i detenuti si debbono accontentare solo dei lavori domestici, che sono però insufficienti per le esigenze di tutti».
Quale è il rapporto tra i cittadini della Sardegna e l’“istituzione carcere”?
«Sono stato a Padova e nelle Marche, e noto una differenza. In Sardegna c’è maggiore attenzione verso quello che accade nel carcere. Soprattutto nelle zone interne, a Nuoro, per fare un esempio, o nelle colonie aperte, considerate parte integrante della società. Il carcere costituisce un fatto economico importante, quindi tutto quello che accade nel carcere è molto avvertito».
Si deve forse a questo la forte presenza tradizionale dei sardi impegnati nell’istituzione carcere?
«Questa affluenza però, purtroppo è legata ad un fatto negativo, collegato alla disoccupazione, e all’emigrazione della Sardegna. Specie nei paesi dell’interno, se si vuole sopravvivere, si deve emigrare. E molti finiscono per arruolarsi nelle Forze dell’ordine, o nelle industrie del nord. Le Forze dell’ordine danno, però, la facoltà, dopo qualche anno, di tornare in Sardegna».
Nella sua funzione di sovrintendente agli istituti della Sardegna, quali sono le voci che lei potenzierebbe per migliorare ulteriormente la qualità del servizio?
«Una voce che andrebbe sicuramente potenziata, come ho detto, dovrebbe essere quella relativa alla presenza di direttori ed educatori nelle carceri. Altro capitolo poi è quello della vetustà degli istituti. Lei prenda questa struttura nella quale ci troviamo. Il Provveditorato ha delle aree alle quali dovrebbe essere preposto un dirigente, e invece l’unico dirigente in Sardegna, tra istituti e Provveditorato, è il sottoscritto. Questa carenza si deve ricondurre ai concorsi. Mentre per la Polizia Penitenziaria, per le Forze dell’Ordine in genere, esiste questa propensione ad arruolarsi, il sardo invece non partecipa ai concorsi nazionali per le difficoltà logistiche e per la mancanza di disponibilità economica. Partecipare ad un concorso a Roma comporta un notevole esborso per le spese di trasferimento.
Quindi abbiamo pochi funzionari, direttori, educatori o ragionieri. L’idea è quella di fare dei concorsi su base regionale. In questo modo potremo coprire anche sedi disagiate.
Per migliorare ulteriormente la vivibilità dei detenuti e di quanti sono impegnati negli istituti, invece, la soluzione ideale sarebbe quella di creare nuove strutture. Nelle vecchie, come ad esempio quella di Tempio, le condizioni per il recupero e l’attività trattamentale sono veramente pesanti. Fortunatamente sono avviate le pratiche per la costruzione di cinque nuovi istituti, uno dei quali interesserà la Sardegna.
L’Amministrazione e il Governo stanno studiando nuovi percorsi per ottenere tempi ridottissimi per la costruzione di queste strutture che, si sa, sono molto complesse. Solo così, grazie a più ampi spazi, riusciremo finalmente a separare i detenuti per tipologia, una necessità che avvertiamo sempre più urgente, e a creare luoghi più idonei per il trattamento, garantendo una vivibilità maggiore per i detenuti e per il personale impegnato».
Ombre e luci della Sardegna Giuseppe Mazzella
Il personale di Polizia è sufficiente, ma mancano educatori e direttori. Ecco il quadro della situazione penitenziaria nell’isola
Intervista a Francesco Massidda Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria della Sardegna
Il dottor Francesco Massidda, Provveditore Regionale della Sardegna, 59 anni, sposato con due figli, è nell’Amministrazione Penitenziaria dal 1975. Dopo aver maturato moltissime esperienze sia come direttore d’importanti istituti come quelli di Nuoro e dell’Asinara, che come ispettore e membro del Consiglio centrale di disciplina al ministero della Giustizia, dal 2000 è Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria della Sardegna, incarico già ricoperto nel 1991.
La sua vasta esperienza, maturata in compiti delicati in prima linea, ne fa un profondo e competente conoscitore delle complesse problematiche che attraversano il sistema penitenziario della Sardegna, dove è impegnato a coordinare l’attività di dodici istituti e la scuola di formazione di Monastir. Il dottor Massidda ci riceve nel suo ufficio in Via Giovanbattista Tuveri, a due passi dal Tribunale di Cagliari.
«Sono entrato nell’Amministrazione Penitenziaria nel 1975, - racconta - dopo aver superato il concorso di direttore. Il mio primo incarico è stato nella Casa di reclusione aperta di Mamone, in Sardegna, e subito dopo sono stato a Nuoro, in coincidenza con le aperture degli istituti di massima sicurezza. Di qui poi, nel 1980, sono stato destinato all’Asinara e sei anni dopo a Sassari. Superato il concorso da dirigente, nel 1991 sono venuto a Cagliari, con l’incarico di Provveditore regionale dell’Amministrazione Penitenziaria della Sardegna».
Quale era la situazione penitenziaria nell’isola in quegli anni?
«In quel periodo avevamo, innanzi tutto, due istituti in meno, Macomer e Iglesias, c’era quindi un problema maggiore di sovraffollamento con un numero di detenuti che si aggirava attorno ai 2.220-2.300, rispetto ai circa 1.800 di oggi. Questo indica che, tutto sommato, ora gli istituti dell’isola, non soffrono di un grave sovraffollamento, se si escludono ovviamente le circondariali».
Dal 1991 al suo secondo mandato come Provveditore, nel 2000, si sono aggiunti altri problemi per gli istituti da lei coordinati?
«Forse è peggiorata la situazione delle tossicodipendenze, che peraltro era già elevata anche allora, e sono aumentati anche i detenuti con patologie psichiatriche. Sul fronte della Polizia Penitenziaria, invece, dal 1991, con l’entrata in vigore della legge di riforma del Corpo di Polizia Penitenziaria, il personale ha potuto fruire di maggiori diritti, anche se è aumentata la conflittualità tra personale o rappresentanza del personale e direzioni».
In che modo si potrebbe caratterizzare la realtà della Sardegna dal punto di vista penitenziario?
«Domanda difficile. La Sardegna penitenziaria ha diverse caratteristiche. Innanzi tutto l’isola ospita moltissimi extracomunitari, che provengono, soprattutto, dal nord d’Italia. Questo si deve anche alla presenza di tre Case di reclusione aperte, che offrono maggiori opportunità di lavoro per i detenuti, ed essendo gli extracomunitari senza particolari legami territoriali, stare in Sardegna permette loro di guadagnare denaro da inviare alle proprie famiglie. Un’altra caratteristica del territorio sardo è rappresentata dalla presenza di istituti di massima sicurezza, come quello dell’Asinara, con detenuti sottoposti a regime di 41 bis, una presenza questa che ha in parte condizionato la realtà penitenziaria dell’isola, irrigidendola».
Quanti sono gli istituti da lei coordinati in Sardegna?
«Coordino 12 istituti, a cui si aggiungono la scuola di Polizia e la scuola di formazione di Monastir. Si tratta di istituti molto diversi tra di loro, alcuni grandi come quello di Cagliari altri piccolissimi, dove però nel complesso non si soffre del problema del sovraffollamento, come avviene per tanti altri istituti del continente».
Il personale impegnato in Sardegna è sufficiente?
«Le risorse umane si dividono in due settori principali. La Polizia Penitenziaria e il comparto del Ministero. La Polizia Penitenziaria qui si aggira intorno alle 1.400 unità per l’intera Sardegna, a fronte delle 1.324 unità delle piante organiche.
In sostanza tutti gli istituti sardi possono contare su qualche elemento in più nel personale, tranne la Casa circondariale di Sassari che è un po’ penalizzata. Queste unità in più derivano dalla chiusura dell’istituto dell’Asinara, il cui personale, essendo sardo, è stato lasciato in Sardegna.
Nel comparto ministeri invece, abbiamo gravissime difficoltà per quanto riguarda i direttori. Oggi, in Sardegna, possiamo contare solo su tre direttori titolari per dodici istituti e su tre in missione che vengono dal continente. Se si considera poi, che ultimamente alcuni di loro sono stati anche assenti per lunghi periodi di malattia, si può immaginare quanto sia seria la situazione. Altrettanto grave è il problema degli educatori, figure essenziali nell’organizzazione penitenziaria. Solo per fare un esempio, l’istituto di Mamone al momento manca del direttore, del comandante di reparto, dell’educatore e del ragioniere, sostituiti, temporaneamente, con personale in missione. Mancano quindi tutte le figure principali per un carcere. E Mamone, va ricordato, ospita duecento detenuti, di scarsa pericolosità, definitivi, che richiedono attività trattamentale molto avanzata, perché sono tutti a fine pena. Gli educatori che vi mandiamo da altre parti della Sardegna, hanno gravi difficoltà, trattandosi di una sede molto disagiata, mal collegata e lontana». E dal punto di vista delle risorse economiche?
«Per quanto riguarda le risorse economiche non possiamo lamentarci. Meno bene, invece, andiamo con le risorse destinate alla sanità, che, con la finanziaria dell’anno scorso, hanno subito un tracollo, poi in parte recuperato in corso d’opera. La Sardegna, che aveva problemi già prima, si è trovata così in gravi difficoltà. La sanità, infatti, non è troppo comprimibile. Fortunatamente il Presidente della Giunta e l’Assessore alla Sanità della Regione Sardegna si sono fatti carico, dal mese di luglio, di fornire ai nostri istituti tutti i medicinali necessari, tramite le ASL. Questo ci ha sollevati dalla necessità di fare debiti per approvvigionarci o di cercare di comprimere le spese, permettendoci di pareggiare il bilancio. Stiamo cercando di allargare questa collaborazione anche in altri settori, come ad esempio quello delle visite specialistiche. Di questo siamo particolarmente soddisfatti. Altri problemi ci vengono dalla carenza di infermieri di ruolo, e da quelli a parcella delle ASL. Anche se la nostra è una situazione che possiamo considerare nella media nazionale, sarebbe auspicabile l’aumento del numero degli infermieri per migliorare il servizio. Per quanto riguarda i medici, negli istituti principali è assicurata la copertura 24 ore su 24, mentre questo non avviene negli istituti più piccoli, che possono però contare sugli ospedali vicini, come ad esempio a Tempio, dove la struttura ospedaliera è a soli 50 metri».
Per quanto riguarda il servizio traduzioni e piantonamento, quali problemi presenta lavorare in Sardegna?
«Il problema tocca soprattutto le Case di reclusione aperte, perché lontane dai centri abitati. Per cui per tutte le analisi strumentali, TAC, ecografie, o visite particolari, dobbiamo portare il detenuto in ospedale. Questo comporta un impiego massiccio delle traduzioni, che si va a sommare alle traduzioni per i Palazzi di giustizia, anche queste numerosissime. Cagliari, invece, ha un centro clinico con molti medici e infermieri, abbastanza attrezzato. Sassari ha un centro clinico di spessore più limitato, ma ha il supporto degli ospedali e dell’Università.
Nonostante tutto, però, con grande sforzo del personale, riusciamo a garantire il servizio in maniera soddisfacente».
In questi ultimi mesi in Sardegna sono aumentati i suicidi in carcere. Quali possono essere le cause secondo lei?
«Fino a qualche tempo fa eravamo nella norma, o addirittura sotto le statistiche, adesso, purtroppo, la situazione è peggiorata soprattutto a Sassari e Cagliari dove, come ho già ricordato, numerosi sono i detenuti che soffrono di patologie gravi, sia correlate alla tossicodipendenza, che a problemi psichiatrici. L’esplosione di questi suicidi è, ovviamente, oggetto di riflessione e di accertamenti. Sono state fatte reiterate ispezioni nel carcere di Cagliari e ci si è consultati con i medici e con tutto il personale. L’idea che ci stiamo facendo è che il poco spazio e la noia all’interno del carcere possono favorire il suicidio. Non essendoci spazi per scaricare le tensioni, il detenuto giovane che rimane all’interno di una cella per troppo tempo, somatizza anche le problematiche minori. Proprio per Cagliari stiamo progettando di ricavare nuovi spazi dove i detenuti possono fare attività, sportive e ricreative».
Come è la situazione del lavoro per i detenuti in Sardegna?
«In Sardegna ci troviamo in condizioni migliori, rispetto a tante altre regioni, perché abbiamo tre Case di reclusione aperte, dove la maggior parte dei detenuti lavora e dove l’unico freno è costituito dalla limitata disponibilità di bilancio. Qui abbiamo molte centinaia di persone impegnate nella coltivazione dei campi e nell’allevamento del bestiame, e in tutti i lavori collegati. Nella Case circondariali ordinarie, invece, i detenuti si debbono accontentare solo dei lavori domestici, che sono però insufficienti per le esigenze di tutti».
Quale è il rapporto tra i cittadini della Sardegna e l’“istituzione carcere”?
«Sono stato a Padova e nelle Marche, e noto una differenza. In Sardegna c’è maggiore attenzione verso quello che accade nel carcere. Soprattutto nelle zone interne, a Nuoro, per fare un esempio, o nelle colonie aperte, considerate parte integrante della società. Il carcere costituisce un fatto economico importante, quindi tutto quello che accade nel carcere è molto avvertito».
Si deve forse a questo la forte presenza tradizionale dei sardi impegnati nell’istituzione carcere?
«Questa affluenza però, purtroppo è legata ad un fatto negativo, collegato alla disoccupazione, e all’emigrazione della Sardegna. Specie nei paesi dell’interno, se si vuole sopravvivere, si deve emigrare. E molti finiscono per arruolarsi nelle Forze dell’ordine, o nelle industrie del nord. Le Forze dell’ordine danno, però, la facoltà, dopo qualche anno, di tornare in Sardegna».
Nella sua funzione di sovrintendente agli istituti della Sardegna, quali sono le voci che lei potenzierebbe per migliorare ulteriormente la qualità del servizio?
«Una voce che andrebbe sicuramente potenziata, come ho detto, dovrebbe essere quella relativa alla presenza di direttori ed educatori nelle carceri. Altro capitolo poi è quello della vetustà degli istituti. Lei prenda questa struttura nella quale ci troviamo. Il Provveditorato ha delle aree alle quali dovrebbe essere preposto un dirigente, e invece l’unico dirigente in Sardegna, tra istituti e Provveditorato, è il sottoscritto. Questa carenza si deve ricondurre ai concorsi. Mentre per la Polizia Penitenziaria, per le Forze dell’Ordine in genere, esiste questa propensione ad arruolarsi, il sardo invece non partecipa ai concorsi nazionali per le difficoltà logistiche e per la mancanza di disponibilità economica. Partecipare ad un concorso a Roma comporta un notevole esborso per le spese di trasferimento.
Quindi abbiamo pochi funzionari, direttori, educatori o ragionieri. L’idea è quella di fare dei concorsi su base regionale. In questo modo potremo coprire anche sedi disagiate.
Per migliorare ulteriormente la vivibilità dei detenuti e di quanti sono impegnati negli istituti, invece, la soluzione ideale sarebbe quella di creare nuove strutture. Nelle vecchie, come ad esempio quella di Tempio, le condizioni per il recupero e l’attività trattamentale sono veramente pesanti. Fortunatamente sono avviate le pratiche per la costruzione di cinque nuovi istituti, uno dei quali interesserà la Sardegna.
L’Amministrazione e il Governo stanno studiando nuovi percorsi per ottenere tempi ridottissimi per la costruzione di queste strutture che, si sa, sono molto complesse. Solo così, grazie a più ampi spazi, riusciremo finalmente a separare i detenuti per tipologia, una necessità che avvertiamo sempre più urgente, e a creare luoghi più idonei per il trattamento, garantendo una vivibilità maggiore per i detenuti e per il personale impegnato».
Etichette:
riflessioni
Carcere: detenuti senza educatori e senza possibilita' di ravvedersi! carcere,giustizia,governo.angelino alfano,detenuti,rita bernardini,politici,dap
Continuate a firmare e far firmare la nostra petizione per la presentazione al parlamento. Clicca sul rettangolo
« Pdl, il partito senza terra
Bomba carceri
Penitenziari fuori controllo? Martedì un suicidio a Rebibbia, domenica sera un altro in Campania e un morto per overdose in Abruzzo. A Santa Maria Capua Vetere un quarantenne si è ucciso respirando il gas della bomboletta usata per cucinare in cella. Nel carcere sono rinchiuse 940 persone in uno spazio che dovrebbe ospitarne al massimo 540. A Sulmona due giorni fa un detenuto è stato trovato morto in cella. Gli inquirenti sospettano che sia stato stroncato da un'overdose di droga. Aveva 39 anni. Il supercarcere di Sulmona da mesi è al centro della polemica per le condizioni di degrado della struttura: a gennaio un detenuto si è tolto la vita e dall'inizio dell'anno ci sono stati altri tre tentativi di suicidio. Duecento reclusi hanno rifiutato i pasti per giorni, protestando contro il sovraffollamento e l'impossibilità di svolgere qualunque lavoro. Una situazione comune ad altre decine di penitenziari.
L'allarme carceri si chiama estate. E sta per diventare allarme rosso. Non c'entra il caldo. Nemmeno l'afa. Le prigioni italiane sono una bomba a orologeria che sta per esplodere. Le celle fatiscenti di nove metri quadrati con quattro detenuti stipati dentro, tavolaccio e latrina alla turca, erano già la vergogna d'Europa. Ma oggi nemmeno bastano più. Gli spazi sono finiti. La polizia penitenziaria è poca. I soldi meno ancora. E così il rischio collasso denunciato dallo stesso ministero della Giustizia sta per trasformarsi in emergenza nazionale: se la capienza regolamentare di 44 mila carcerati è già stata superata da tempo, a marzo s'è sforata anche la tolleranza massima dei nostri 207 istituti di pena. Stringendo le celle e ammassando i detenuti al limite dell'umanità si ricavavano poco più di 66.500 posti. Quando in Italia già il 28 febbraio erano rinchiuse 66.692 persone.
A marzo sono oltre 67 mila e il trend non lascia speranze: ne entrano ottocento in più ogni mese. Il Consiglio d'Europa ha già richiamato all'ordine il nostro Paese. Ma la fotografia anziché migliorare si fa sempre più agghiacciante: da Poggio Reale alla Dozza di Bologna, passando per Brescia, Roma e Palermo la scena è la stessa. Strutture vecchie, poca manutenzione, carcerati costretti a restare venti ore al giorno dietro le sbarre, senza educatori, senza lavorare, senza socializzare. Fra violenze, risse e suicidi. Poche settimane fa un giovane nel carcere Mammagialla di Viterbo ha tentato di impiccarsi ed è stato soccorso dalla polizia penitenziaria. Una vita salvata per miracolo, a fronte di decine che escono di galera dentro una bara. Come il caso di Sulmona, in provincia dell'Aquila, dove Romano Iaria s'è appeso con un lenzuolo alla grata della cella. È il sedicesimo suicidio dietro le sbarre del 2010. Solo lo scorso anno erano morte 105 persone, una su tre s'è tolta la vita per disperazione. E la colpa è sempre più spesso del sovraffollamento, la tragedia silenziosa che potrebbe far esplodere in Italia una nuova stagione di rivolte nelle prigioni. Col rischio che torni la paura.
Il ministro della Giustizia Angelino Alfano aveva annunciato a gennaio un piano edilizio per costruire penitenziari. La previsione è di investire 1,4 miliardi di euro per 24 nuovi istituti, da realizzare con l'ormai collaudato sistema dell'emergenza, sotto l'egida della Protezione civile di Guido Bertolaso. Proprio com'è stato per il G8 della Maddalena. Si partirà con 700 milioni e nuovi padiglioni per espandere le strutture già esistenti. Edifici che dovrebbero garantire 21 mila posti in circa sei anni. Peccato che, anche se i cantieri partiranno davvero e rispetteranno i tempi, da soli serviranno a ben poco. Basta un viaggio dentro l'inferno quotidiano delle galere stracolme per capire che il problema non è di strutture. Almeno non solo. È il sistema penitenziario italiano che non regge più l'ondata di ingressi. Quasi metà di quei detenuti, infatti, è ancora in attesa del processo. Sono oltre 30 mila gli imputati che restano dentro solo poche ore e la statistica dimostra che il 30 per cento di loro sarà assolto. Ma intanto intasano le galere, segnando il record negativo dell'Unione europea. Dietro di noi c'è la Grecia, che non arriva a 8 mila imputati in carcere, mentre gli altri paesi stanno attorno a quota 4 mila. Eppure il mal del mattone che già nel 1988 portò allo scandalo delle 'carceri d'oro' resta la strada favorita ancora oggi. Si gridano slogan, si invoca la sicurezza, si agita lo spauracchio dei criminali che rischierebbero di tornare in circolazione, quando in Italia le cose non vanno affatto così: sono solo 10 mila i condannati per crimini violenti e 650 i detenuti che scontano il cosiddetto carcere duro. Significa meno di un carcerato ogni sei.
« Pdl, il partito senza terra
Bomba carceri
Penitenziari fuori controllo? Martedì un suicidio a Rebibbia, domenica sera un altro in Campania e un morto per overdose in Abruzzo. A Santa Maria Capua Vetere un quarantenne si è ucciso respirando il gas della bomboletta usata per cucinare in cella. Nel carcere sono rinchiuse 940 persone in uno spazio che dovrebbe ospitarne al massimo 540. A Sulmona due giorni fa un detenuto è stato trovato morto in cella. Gli inquirenti sospettano che sia stato stroncato da un'overdose di droga. Aveva 39 anni. Il supercarcere di Sulmona da mesi è al centro della polemica per le condizioni di degrado della struttura: a gennaio un detenuto si è tolto la vita e dall'inizio dell'anno ci sono stati altri tre tentativi di suicidio. Duecento reclusi hanno rifiutato i pasti per giorni, protestando contro il sovraffollamento e l'impossibilità di svolgere qualunque lavoro. Una situazione comune ad altre decine di penitenziari.
L'allarme carceri si chiama estate. E sta per diventare allarme rosso. Non c'entra il caldo. Nemmeno l'afa. Le prigioni italiane sono una bomba a orologeria che sta per esplodere. Le celle fatiscenti di nove metri quadrati con quattro detenuti stipati dentro, tavolaccio e latrina alla turca, erano già la vergogna d'Europa. Ma oggi nemmeno bastano più. Gli spazi sono finiti. La polizia penitenziaria è poca. I soldi meno ancora. E così il rischio collasso denunciato dallo stesso ministero della Giustizia sta per trasformarsi in emergenza nazionale: se la capienza regolamentare di 44 mila carcerati è già stata superata da tempo, a marzo s'è sforata anche la tolleranza massima dei nostri 207 istituti di pena. Stringendo le celle e ammassando i detenuti al limite dell'umanità si ricavavano poco più di 66.500 posti. Quando in Italia già il 28 febbraio erano rinchiuse 66.692 persone.
A marzo sono oltre 67 mila e il trend non lascia speranze: ne entrano ottocento in più ogni mese. Il Consiglio d'Europa ha già richiamato all'ordine il nostro Paese. Ma la fotografia anziché migliorare si fa sempre più agghiacciante: da Poggio Reale alla Dozza di Bologna, passando per Brescia, Roma e Palermo la scena è la stessa. Strutture vecchie, poca manutenzione, carcerati costretti a restare venti ore al giorno dietro le sbarre, senza educatori, senza lavorare, senza socializzare. Fra violenze, risse e suicidi. Poche settimane fa un giovane nel carcere Mammagialla di Viterbo ha tentato di impiccarsi ed è stato soccorso dalla polizia penitenziaria. Una vita salvata per miracolo, a fronte di decine che escono di galera dentro una bara. Come il caso di Sulmona, in provincia dell'Aquila, dove Romano Iaria s'è appeso con un lenzuolo alla grata della cella. È il sedicesimo suicidio dietro le sbarre del 2010. Solo lo scorso anno erano morte 105 persone, una su tre s'è tolta la vita per disperazione. E la colpa è sempre più spesso del sovraffollamento, la tragedia silenziosa che potrebbe far esplodere in Italia una nuova stagione di rivolte nelle prigioni. Col rischio che torni la paura.
Il ministro della Giustizia Angelino Alfano aveva annunciato a gennaio un piano edilizio per costruire penitenziari. La previsione è di investire 1,4 miliardi di euro per 24 nuovi istituti, da realizzare con l'ormai collaudato sistema dell'emergenza, sotto l'egida della Protezione civile di Guido Bertolaso. Proprio com'è stato per il G8 della Maddalena. Si partirà con 700 milioni e nuovi padiglioni per espandere le strutture già esistenti. Edifici che dovrebbero garantire 21 mila posti in circa sei anni. Peccato che, anche se i cantieri partiranno davvero e rispetteranno i tempi, da soli serviranno a ben poco. Basta un viaggio dentro l'inferno quotidiano delle galere stracolme per capire che il problema non è di strutture. Almeno non solo. È il sistema penitenziario italiano che non regge più l'ondata di ingressi. Quasi metà di quei detenuti, infatti, è ancora in attesa del processo. Sono oltre 30 mila gli imputati che restano dentro solo poche ore e la statistica dimostra che il 30 per cento di loro sarà assolto. Ma intanto intasano le galere, segnando il record negativo dell'Unione europea. Dietro di noi c'è la Grecia, che non arriva a 8 mila imputati in carcere, mentre gli altri paesi stanno attorno a quota 4 mila. Eppure il mal del mattone che già nel 1988 portò allo scandalo delle 'carceri d'oro' resta la strada favorita ancora oggi. Si gridano slogan, si invoca la sicurezza, si agita lo spauracchio dei criminali che rischierebbero di tornare in circolazione, quando in Italia le cose non vanno affatto così: sono solo 10 mila i condannati per crimini violenti e 650 i detenuti che scontano il cosiddetto carcere duro. Significa meno di un carcerato ogni sei.
Etichette:
riflessioni
Iscriviti a:
Post (Atom)



